Viterbo – Una vita blindata: da quattro anni Federica Angeli, cronista di Repubblica, è scortata da mattina a sera “dai suoi carabinieri”. Li chiama così. Con l’affetto e la fiducia di chi sa di essere in buone mani. Ma la scorta ha cancellato per sempre le sue abitudini. Anche lavorative (video).
Come fare inchiesta da infiltrata, che è tra le cose che le mancano di più: “Non posso più lavorare come prima. Mischiarmi tra la gente e andare a vedere i combattimenti dei pittbull o indagare su come arrivano le armi a Roma e in Italia. Ora come ora sarebbe impensabile”.
Come passi le tue giornate?
“Nell’aula bunker del carcere di Rebibbia – racconta Federica Angeli nella redazione di Tusciaweb -. La mia scorta mi aspetta sul pianerottolo. Una gazzella dei carabinieri mi attende ogni volta che esco e che rientro a casa. Faccio le mie telefonate, vedo fonti e incontro persone sempre con i miei carabinieri al seguito. Se esco, scelgono loro il ristorante per me e persino il posto a sedere”.
Il rischio che può correre un cronista di giudiziaria, specie se inesperto, è quello della subalternità alle fonti. Come si mantiene la propria indipendenza senza farsi condizionare dai buoni rapporti con chi ti dà una notizia?
“Le fonti vanno tutelate sempre. Da questo punto di vista, purtroppo, non riesco più a garantire un anonimato al cento per cento perché comunque non posso più incontrarle privatamente. Mi piace pensare al rapporto con le fonti in modo del tutto paritario. Ho un grande senso di protezione nei confronti delle persone che preferiscono rivolgersi a me anziché all’autorità giudiziaria. Per loro sono disposta a metterci la faccia e prendermi responsabilità”.
Che idea ti sei fatta su “Mafia capitale”? Dopo le oltre cento richieste di archiviazione della procura si è percepito come uno sgonfiamento dell’inchiesta, tant’è che i pm in requisitoria hanno dovuto affilare i denti e precisare che “Non è stato un Truman show”.
“Io invece ho percepito un difetto dei media nel comunicare quelle archiviazioni. Le persone che sono state archiviate erano persone i cui nomi erano stati fatti da Buzzi negli interrogatori, ma i pubblici ministeri non hanno trovato riscontri, quindi è stata chiesta l’archiviazione. Semmai, a mio modesto modo di vedere, questo atteggiamento ha rafforzato l’immagine della procura, che si è dimostrata molto seria. Gli inquirenti hanno vagliato le posizioni e stralciato quelle che non risultavano compromesse”.
Vivi sotto scorta dopo le tue inchieste sul clan Spada di Ostia. Perché è così temibile questa famiglia e come si caratterizza, dal punto di vista criminale?
“Si dedicano ad attività economiche illegali tradizionali, ovvero pizzo, estorsioni, usura, spaccio ma per lo più di droghe leggere, perché il monopolio di cocaina è dei Fasciani e comunque della ‘ndrangheta a livello nazionale. Dal punto di vista criminale sono molto simili alla camorra, che ha ancora bisogno di ostentare la sua potenza anche con metodi violenti. Sono un po’ dei cani sciolti: in quel territorio a sparare sono sempre loro.
Altri clan come i Fasciani da anni non sparano perché sono a un livello più alto nella gerarchia criminale. Loro sono manovalanza. Sono quelli che ti aspettano sotto casa. Che ti minacciano col coltello. Che premono il grilletto. Ecco perché sono pericolosi. Hanno tentato più volte di fare il salto contaminando l’economia sana. Sono stati condannati in primo grado con l’articolo 7 che è l’aggravante del metodo mafioso”.
Come si combatte, giornalisticamente parlando, contro questo tipo di criminalità più sfrontata e aggressiva?
“Accendendo i riflettori sempre. Questi personaggi si nutrono di buio e di silenzio. Quindi la luce e la parola diventano determinanti: il loro punto di forza è l’omertà. È importante che gli altri vedano che una battaglia così la porta avanti una persona normalissima come me, madre di famiglia, con tre bambini. Non significa che non ho paura ma che dalla paura non mi lascio paralizzare. Continuo perché voglio vedere come va a finire”.
Stefania Moretti
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