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Ombre festival - Giuseppe Ayala sul caso del capomafia siciliano

“Riina morirà in cella, quella della Cassazione è solo una pierinata…”

di Stefania Moretti
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Viterbo - Giuseppe Ayala a "Ombre festival"

Viterbo – Giuseppe Ayala a Ombre festival

Viterbo - Giuseppe Ayala a "Ombre festival"

Viterbo – Giuseppe Ayala a Ombre festival

Viterbo - Giuseppe Ayala a "Ombre festival"

Viterbo – Giuseppe Ayala a Ombre festival

Viterbo - L'incontro con Giuseppe Ayala a "Ombre festival"

Viterbo – L’incontro con Giuseppe Ayala a “Ombre festival”

Viterbo - Giuseppe Ayala firma le copie del suo libro

Viterbo – Giuseppe Ayala firma le copie del suo libro

Viterbo - L'incontro con Giuseppe Ayala a "Ombre festival"

Viterbo – L’incontro con Giuseppe Ayala a Ombre festival

Viterbo – “Io ho due mani e dieci dita e bastavano per contare gli amici di Falcone. Oggi un millepiedi – e non a caso uso un paragone con un verme – non basta per contarli” (video).

Cala il gelo quando Giuseppe Ayala parla dell’ipocrisia dopo le stragi. A Falcone fu negato di diventare consigliere del Csm – “Una decisione miserabile e uno schiaffone a Giovanni” per Ayala – e di dirigere l’ufficio istruzione di Palermo, punta di diamante della lotta alla mafia in quegli anni difficili.

“Perché era scomodo”, afferma Ayala. “Scomodo per i magistrati burocrati, per la politica corrotta, per la mafia. Nella storia, gli innovatori vengono capiti dopo e osteggiati prima. Perché scardinano. E questo non piace a chi non vede lontano”.

475 mafiosi trascinati in tribunale (o meglio: in un’aula bunker costruita apposta all’Ucciardone). 2665 anni di carcere confermati dalla Cassazione. Fu il maxiprocesso del primo ergastolo a Totò Riina. Che ora potrebbe uscire dal carcere. Ma non per Ayala.

“Fidatevi: Riina morirà in cella. La sentenza della Cassazione è una ‘pierinata’ imperdonabile: non troveranno mai un giudice di sorveglianza che manderà Riina a casa, come non hanno mandato a casa Provenzano, che stava anche peggio. La dignità di una persona malata sta nell’efficienza delle cure e questa sezione ospedaliera di Parma è un’eccellenza. Qualcuno dice: ‘È anziano, è malato, mandiamolo a casa…’. Capisco che è difficile inserire Riina nella categoria ‘genere umano’, ma proviamoci. Tutti gli esseri umani se stanno male vanno in ospedale. Perché Riina, che è praticamente già in ospedale, dovrebbe andare a casa?”. 

Dei festival viterbesi, Ayala è una costante. Presenza fissa a Caffeina fin dal primo anno, aveva partecipato anche alla prima edizione di Ombre festival nel 2016. “Sono qui nonostante la polmonite. Per gli amici questo e altro”. 

Il suo tuffo nel passato inizia nell’81: Falcone e Borsellino sono da pochi anni alla procura di Palermo. Il pool nasce come gruppo di lavoro che scambia informazioni ma diventa molto di più, come tutti quei mestieri senza orari che non ti lasciano scelta: solo i colleghi possono essere i tuoi migliori amici. “Giovanni e io, in pratica, eravamo conviventi. Facevamo anche le vacanze insieme. Tant’è che io spesso dicevo: ‘Non ne posso più di Falcone, fatemi fare le vacanze da Falcone'”.

Con Borsellino, c’era un rapporto scherzoso. “Caponnetto doveva dividerci alle riunioni: ‘Borsellino da un parte del tavolo e Ayala dall’altra’, diceva, ‘Sennò qui a forza di battute non si lavora…'”. Per raccontare il più anziano del pool, “Ci vorrebbe un incontro a parte”, dice Ayala con tenerezza. “Caponnetto fece domanda per dirigere l’ufficio istruzione di Palermo all’indomani dell’attentato a Chinnici nell’83, il primo magistrato fatto esplodere col tritolo. Non so se mi spiego… Viveva nella stanzetta di una foresteria della guardia di finanza. Da Firenze era voluto venire a Palermo”. 



Alle spalle di Ayala, la famosa foto di Falcone e Borsellino insieme, sorridenti. “La scattarono a un incontro per sostenere la mia candidatura. Sapevo che Giovanni sarebbe venuto: votava Repubblicano come me. Paolo invece votava Fiamma tricolore e non sentiva ragioni. Forse per questo la sua presenza a quell’incontro per me vale un po’ di più. E la porto qui: nel ventricolo sinistro del cuore”. 

Il nodo alla gola arriva ricordando la profezia di Falcone, due mesi prima di morire. Il 12 marzo 1992, quando fu ucciso Salvo Lima, si videro tutti a casa di Falcone. “Sulla porta ci disse: può succedere la qualunque. Aveva già fatto i suoi calcoli: io non correvo pericoli, ero un parlamentare, uno dei tanti… lui e Borsellino erano i più esposti. Come al solito aveva ragione”.

Stefania Moretti


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16 luglio, 2017

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