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Viterbo - Ombre festival - Storia di un commerciante che non si è piegato alla 'ndrangheta, isolato dalla gente che non entra più nel suo negozio

Tiberio Bentivoglio: “Abbandonato dallo Stato e dai clienti”

di Stefania Moretti
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Viterbo - Tiberio Bentivoglio a Ombre festival

Viterbo – Tiberio Bentivoglio a Ombre festival

Viterbo - Tiberio Bentivoglio a Ombre festival

Viterbo – Tiberio Bentivoglio a Ombre festival

 

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Viterbo – Tiberio Bentivoglio a Ombre festival

Viterbo – Gli attentati che ha subito dal ’92 a oggi non li conta più ma il suo impegno contro la ‘ndrangheta ha venticinque anni precisi. 

Era il 10 luglio ’92 quando Tiberio Bentivoglio si vedeva devastare per la prima volta il suo negozio, una sanitaria a Condera, periferia nord di Reggio Calabria. Testimone di giustizia, ha 64 anni. Nello sguardo, fermezza e dolcezza. Nella voce, lunghe pause tra le parole. Come a prendersi il tempo di riordinare tutti quei pensieri preoccupati. 

“Fatturavo due miliardi di vecchie lire sul finire degli anni Ottanta. Adesso ho dovuto licenziare i dipendenti perché non ce la facciamo. Siamo rimasti io, mia moglie e i miei figli”. 

Com’è iniziato il suo calvario?
“Con un no. Ho fatto più che rifiutarmi di pagare il pizzo: ho rifiutato di mettermi a disposizione della ‘ndrangheta. Perché si comincia così: soldi oggi, soldi domani e diventi schiavo dei clan e delle loro richieste, dalle assunzioni di personale al rifornimento nei loro negozi. Ma così l’azienda non è più tua”.

Cosa volevano? E chi erano?
“Gente del mio quartiere, Condera. Quelli che comandano lì. Un giorno mi si avvicina un anziano che incontravo quasi sempre. Mi dice: ‘Ti manderò due ragazzi all’inaugurazione. Gli darai dei soldi. Poi stabiliremo di preciso quanto dovrai pagare per alzare le tue serrande’. Gli ho risposto: ‘Mandali e torneranno indietro a mani vuote’. Lui disse solo che stavo complicando le cose. Dopo è stata un’escalation di intimidazioni, dai sei colpi di pistola che mi hanno sparato contro all’incendio del mio magazzino l’anno scorso”.

Che danni ha avuto?
“Per l’incendio, il valore del danno supera i 500mila euro. Negli ultimi 25 anni, la perdita è incalcolabile. Non ho più clienti, né dipendenti, né liquidità, né l’assortimento di una volta. Se la società civile fosse stata responsabile non avrei dovuto chiedere aiuto allo Stato, a Don Ciotti o alla Fondazione Scopelliti. Ma ho dovuto, perché ero rimasto solo come un appestato. E se resti solo ti distruggono. Prima c’era la fila fuori dal mio negozio. Oggi hanno paura di farsi vedere che entrano da me. I clienti dovrebbero aumentare quando un commerciante denuncia. Invece no”.

Come tira avanti adesso?
“Con molta fatica. Nel 2015 ho rischiato il crac. Quando le istituzioni arrivano tardi è come se non arrivassero affatto e nel mio caso sono state latitanti. Ho aspettato anni per avere un bene confiscato dove trasferire la mia attività. Il proprietario era un condannato in via definitiva per associazione mafiosa della stessa cosca che ho denunciato. Eccolo, lo schiaffo morale. Si vive anche di queste vittorie”. 

L’ultima minaccia è di un mese fa.
“Sì. Purtroppo la busta l’ha aperta mia moglie. Conteneva bossoli e un disegno con un pupazzo appeso a una forca, un grande classico della ‘ndrangheta”. 

Che rapporto ha con la paura?
“La paura è naturale. Quello che è difficile è trovare la forza di superarla e andare avanti. Io ce l’ho fatta. Ho denunciato più e più volte. E l’ho detto anche al procuratore Cafiero De Raho: ho voglia di diventare contagioso per gli altri imprenditori”. 

Cosa le dà speranza?
“I giovani. Le scuole. Quell’esercito con la penna in mano e i libri in tasca che può cambiare il paese”. 

Rifarebbe tutto da capo?
“Sì. Nella mia storia ci sono stati ritardi madornali ed errori giudiziari: dai processi senza parte offesa ai capi di imputazione sbagliati. Se tornassi indietro, sarei ancora più determinato”. 

Stefania Moretti


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11 luglio, 2017

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