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Rapina gioielleria Bracci - La ricostruzione della procura - Per la difesa, il 28enne che ha fatto irruzione col pentito Salone: "Fu costretto. Un commerciante e altri viterbesi stavano pianificando la razzia da quattro mesi"

“Due sodali del boss Trovato per il colpo, mentre Loria doveva recuperare il bottino”

di Silvana Cortignani
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Antonio Loria

Antonio Loria

Giuseppe Trovato

Giuseppe Trovato

Rapina alla gioielleria Bracci

Rapina alla gioielleria Bracci

Il pm Franco Pacifici

Il pm Franco Pacifici

Viterbo – Rapina a mano armata alla gioielleria Bracci, del presunto basista Antonio Loria e del pianificatore Giuseppe Trovato si era già parlato, senza fare nomi, durante il processo a uno dei due esecutori materiali del colpo messo a punto, secondo la procura, dal ristoratore e dall’allora titolare di tre compro oro nonché boss di mafia viterbese.

“Ignazio Salone stava progettando il colpo da quattro mesi, ma non con Grancea”, disse ai giudici del collegio durante il processo di primo grado al termine del quale è stato condannato a 11 anni e mezzo (condanna non definitiva, sulla quale pende ancora il ricorso in cassazione) l’avvocato Samuele De Santis, difensore di Stefan Grancea, il 28enne che fece irruzione nella gioielleria di piazza Verdi il 14 marzo 2018 con Salone, mettendo a segno un colpo da centomila euro in monili e contanti.

“Salone stava progettando la rapina da quattro mesi, ma non con Grancea, che non ne sapeva niente ed è stato coinvolto sotto minaccia solo all’ultimo momento – disse in aula De Santis durante l’arringa difensiva del 19 marzo 2019 – ma con altri personaggi viterbesi, tra i quali un commerciante, coinvolto in vicende di spaccio. Grancea è stato solo un partecipe forzato. Non era armato, non è stato lui a sparare e all’interno della gioielleria ha solo eseguito gli ordini di Ignazio Salone”. 

Il basista, secondo il pubblico ministero Franco Pacifici, sarebbe stato il ristoratore 58enne originario di Mercato San Severino (Salerno) Antonio Lauria, attivo da 11 anni a Viterbo dove è titolare di una rinomata pizzeria, mentre il “pianificatore” sarebbe stato il boss di mafia viterbese Giuseppe Trovato, 45enne originario di Lamezia Terme (Catanzaro), titolare all’epoca di tre compro oro e ai vertici, secondo la Dda di Roma, del sodalizio italo-albanese sgominato con i tredici arresti del 25 gennaio 2019. 

Le indagini a loro carico si sono chiuse il 15 aprile scorso, con l’invio di tre 415 bis per rapina aggravata in concorso, a Trovato nel carcere di Nuoro, a Loria e a una delle due donne che hanno  fatto da palo, all’epoca incinta, per cui indagata a piede libero. Loria è indagato anche per avere “acquistato e detenuto per fine di cessione a terzi quantità imprecisate di sostanza stupefacente del tipo cocaina, dal mese di marzo fino al mese di ottobre 2018”.

Secondo il sostituto procuratore Pacifici, nei piani di Trovato, alla rapina avrebbero dovuto partecipare “due dei suoi uomini”, che avrebbero dovuto lasciare l’auto usata per il colpo in via Genova col bottino e la pistola a bordo, continuando la fuga su due scooter. Loria avrebbe quindi dovuto recuperare la refurtiva e consegnarla a Trovato, il quale avrebbe ricettato i preziosi al 50 per cento del loro valore, promettendone il pagamento in quattro tranches. 

“Grancea è stato costretto a partecipare alla rapina sotto minaccia. Salone stesso ha spiegato il movente, raccontando di essere stato contattato da soggetti di Perugia che gli avevano data la pistola poi usata per la rapina, commissionandogli un duplice omicidio. L’uccisione di Grancea e della moglie, colpevoli di avere denunciato il sequestro della donna da loro commesso”, disse il De Santis durante la discussione. 

“Grancea ha dovuto partecipare alla rapina sotto minaccia, avvertito solo la sera prima che doveva venire a Viterbo e che doveva portare con sé anche la moglie. Salone stesso è andato a prenderli alla stazione”, ha spiegato in aula il 19 marzo dell’anno scorso il legale, che proprio per questo ha acconsentito all’acquisizione nel fascicolo del processo delle carte relative a Salone. 

Ignazio Salone, 48 anni, originario di Torre del Greco (Napoli), condannato a otto anni e 8 mesi con l’abbreviato per rapina aggravata in concorso, in primo e secondo grado, è il pentito di camorra che sfoderò la pistola una volta fatta irruzione nel negozio con Stefan Grancea (fratello della compagna di Salone che faceva da palo sull’Alfa Romeo blu parcheggiata sulla salita di Santa Rosa con la moglie del 28enne). 

Una vecchia pistola parzialmente modificata quella usata per la rapina, abbandonata dai malviventi durante la fuga. Durante la rapina furono esplosi quattro colpi in aria dal titolare, munito di una pistola regolarmente detenuta, il quale reagì di fronte alle minacce e alla violenza della coppia di rapinatori, che bloccarono le mani di uno dei presenti con del nastro adesivo e si fecero scudo di una donna durante la fuga, tenendola immobilizzata dopo averla presa per il collo. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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21 maggio, 2020

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