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Viterbo - E' il 29enne che fece irruzione nel negozio con il pluripregiudicato Ignazio Salone - Il 12 dicembre il caso sarà discusso in cassazione

Colpo alla gioielleria Bracci, uno dei rapinatori ricorre contro la condanna a 11 anni

di Silvana Cortignani
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Viterbo - Rapina alla gioielleria Bracci

Viterbo – Rapina alla gioielleria Bracci

Viterbo - Rapina alla gioielleria Bracci

Viterbo – Rapina alla gioielleria Bracci

Viterbo - Rapina alla gioielleria Bracci - L'auto della fuga

Viterbo – Rapina alla gioielleria Bracci – L’auto della fuga

Tribunale - I difensori Marina Bernini e Samuele De Santis

Tribunale – I difensori Marina Bernini e Samuele De Santis

Viterbo – Colpo alla gioielleria Bracci, ricorre contro la condanna a 11 anni uno dei due rapinatori che a volto coperto e amano armata hanno fatto irruzione nel negozio all’ora di pranzo del 14 marzo 2018 scappando con un bottino di centomila euro in monili e contanti dopo una sparatoria. 

E’ il 29enne Stefan Grancea, che due anni e mezzo fa fece irruzione nel negozio di piazza del Teatro con il pluripregiudicato 48enne Ignazio Salone. Secondo la difesa il giovane, fino a quel momento incensurato, sarebbe stato costretto a partecipare al colpo. Ricattato con minacce di morte rivolte a lui e alla moglie, anche lei complice della rapina. 

Fuori, a fare da palo in macchina, le rispettive compagne. La banda, costretta ad abbandonare sulla superstrada l’auto usata per la fuga, intercettata nel frattempo dai carabinieri, fu catturata il giorno dopo a Montalto di Castro.

Il 26 novembre il caso di Grancea, difeso dagli avvocati Samuele De Santis e Marina Bernini, sarà discusso in cassazione dopo che la sentenza è stata confermata anche in appello il 12 dicembre dell’anno scorso. Nel frattempo sono emersi nuovi elementi relativamente alla pianificazione del colpo, che sarebbe da attribuire ad altri responsabili. Non sarebbe stato nemmeno Salone il basista e mente della banda. 

Salone, 48 anni, con un passato da collaboratore di giustizia, è stato condannato dal gip Rita Cialoni a otto anni e otto mesi con l’abbreviato il 5 novembre 2018. Grancea è stato condannato a 11 anni di reclusione il 20 marzo 2019, al termine del processo con l’ordinario davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone. Rito scelto per il giovane incensurato dalla difesa, che ha sempre sostenuto che l’imputato e la compagna siano stati costretti a partecipare al colpo nel quale sarebbero stati coinvolti all’ultimo momento.

Salone, secondo quanto disse l’avvocato De Santis durante la discussione, avrebbe dovuto mettere a segno la rapina con altri personaggi ruotanti su Viterbo. E solo la sera prima, minacciandolo, avrebbe intimato a Grancea di venire a Viterbo la mattina successiva in treno con la moglie. “Salone stesso è andato a prenderli alla stazione”, rivelò il legale in udienza. 

Fatto sta che nel prosieguo delle indagini, chiuse la primavera scorsa, il pubblico ministero Franco Pacifici ha individuato nel boss di mafia viterbese Giuseppe Trovato e nel ristoratore Giuseppe Loria i presunti mandanti del colpo, il pianificatore e il basista, che avrebbe dovuto essere messo a segno, per l’appunto, da personaggi legati all’imprenditore d’origine calabrese all’epoca già sodale da tempo del boss d’origine albanese Ismail Rebeshi. 

“Salone stesso ha spiegato il motivo con cui ha convinto Grancea a venire a Viterbo – disse l’avvocato De Santis nel corso dell’udienza fiume terminata solo a tarda sera – raccontando di essere stato contattato da soggetti di Perugia che gli avevano data la pistola poi usata per la rapina, commissionandogli un duplice omicidio. L’uccisione di Grancea e della moglie, colpevoli di avere denunciato il sequestro della donna da loro commesso. Lo hanno ricattato”, ha spiegato il legale, fornendo una inedita versione alternativa.

Una delle due donne è stata anche lei condannata con l’abbreviato, lo stesso giorno di Salone, a cinque anni e quattro mesi di reclusione. L’altra, che era incinta, comparirà davanti al gup Rita Cialoni il prossimo 12 gennaio assieme a Loria e Trovato dopo la richiesta di rinvio a giudizio dello scorso settembre.

“Il basista stava progettando il colpo da quattro mesi. Non con Grancea, che non ne sapeva niente ed è stato coinvolto sotto minaccia solo all’ultimo momento. Ma con altri personaggi viterbesi, tra i quali un commerciante. Grancea è stato solo un partecipe forzato. Non era armato, non è stato lui a sparare e all’interno della gioielleria ha solo eseguito gli ordini da Salone “, ribadisce il legale. 

Silvana Cortignani


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16 ottobre, 2020

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