Viterbo – (sil.co.) – Condannato in via definitiva a 8 anni e 8 mesi di reclusione, la scorsa estate ha finito di scontare la sua pena. A distanza di sette anni dalla rapina alla gioielleria Bracci di piazza Verdi del 14 marzo 2018 è uscito dal carcere il pluripregiudicato Ignazio Salone, uno dei due esecutori materiali che fecero irruzione nel negozio, mentre sulla salita di santa Rosa li aspettavano in macchina due donne, una delle quali incinta.
Rapina alla gioielleria Bracci nel riquadro Giuseppe Trovato
Mandante il boss di mafia viterbese. La donna che era incinta è la 29enne d’origine polacca Jenela Grancea, tuttora a processo, assieme ai presunti mandanti, ovvero il boss di mafia viterbese Giuseppe Trovato e il ristoratore Antonio Loria, di 50 e 53 anni, che avrebbero pianificato il colpo. Peccato che il dibattimento langua, anche perché non è stato ancora trovato l’interprete di lingua casertana per la trascrizione delle conversazioni intercettate nel carcere di Mammagialla durante i colloqui tra il rapinatore Salone e i suoi familiari, conversazioni che incastrerebbero l’imputato Loria.
L’arma inceppata. Lunedì primo dicembre, ultima udienza utile del processo, è stato sentito uno dei militari del nucleo investigativo dei carabinieri di Viterbo che si sono occupati nell’immediatezza dei rilievi tecnico-scientifici sulla scena del crimine, del sopralluogo del consulente balistico della procura Martino Farneti e del sequestro dell’arma. una pistola semiautomatica puntata da Salone alla tempia della dipendente presa in ostaggio e usata come scudo si è inceppata col colpo in canna quando ha tentato di armarla.
La sparatoria. A quel punto il gioielliere, riuscito a recuperare la sua pistola regolarmente detenuta, ha sparato tre colpi in aria per mettere in fuga i due malviventi autori materiali della rapina, che avevano infilato la refurtiva in uno zaino. Nella concitazione del momento, Salone ha tentato di sottrarre l’arma alla vittima, che ha sparato un quarto colpo per far cadere la pistola mentre la prendeva, ferendolo alla mano sinistra.
Viterbo – Rapina alla gioielleria Bracci – L’auto della fuga
Intercettazioni in carcere. Trovato e Loria sarebbero stati indagati solo successivamente. A tradire Loria, in particolare, sarebbe stata una intercettazione ambientale del successivo 31 marzo di un colloquio del rapinatore Salone, detenuto dal giorno successivo alla rapina al Nicandro Izzo durante il quale diceva a un parente: “Ti deve dare 300 euro a settimana, lo scemo. Sto scemo di Loria mi ha fatto fare la rapina”. Ma già subito dopo il colpo, durante la fuga, una delle due donne che avevano fatto da palo avrebbe tentato di chiamare due volte l’imputato Loria al telefono.
Intercettazioni mancanti. Tornando alla rapina del 14 marzo 2018, il giorno successivo il padre e il cognato di Salone si sarebbero recati da Vetralla a Viterbo presso la pizzeria Anema e core di via San Lorenzo, dove li avrebbe aspettati il titolare Loria. Non esisterebbero però intercettazioni tra Loria, Salone e i numerosi familiari di quest’ultimo, che dopo la fuga si era rifugiato con la banda nella casa di Montalto di Castro della sorella, dove furono catturati il giorno successivo e dove furono trovati in un cofanetto in un armadio i pochi monili rimasti della refurtiva di cui si erano già disfatti.
Un “solitario” nel bottino. Intanto è emerso che solo una piccola parte del bottino da centomila euro è stata ritrovata, tra cui un anello con brillante donato da Salone a una nipote e da lei consegnato alla nonna. Il boss è difeso come sempre da Giuseppe Di Renzo, mentre Loria è assistito da Samuele De Santis.
Pesanti condanne agli esecutori materiali. Teneva in mano la pistola l’ex collaboratore di giustizia Ignazio Salone, condannato in via definitiva a 8 anni e 9 mesi di reclusione. Il complice 34enne Stefan Grancea sta scontando 11 anni e mezzo, la sorella Elena Grancea, 39enne, è stata condannata a 4 anni. In attesa di giudizio la 29enne Jenela Grancea, d’origine polacca, incinta all’epoca della rapina.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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