Sul posto è intervenuta la polizia col 118 – foto di repertorio
Fabrica di Roma – “Ora mio figlio è un altro bambino”. A dirlo ieri in tribunale il padre del piccolo di sette anni tolto alla madre e ai nonni il 26 luglio 2021 dalla polizia per essere collocato in casa-famiglia, come disposto dal tribunale per i minorenni di Roma.
Dal 25 settembre il bambino è tornato a vivere col padre, riammesso alla responsabilità genitoriale, che resta revocata alla madre, imputata coi genitori di maltrattamenti aggravati davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini.
L’uomo, che si è costituito parte civile contro la ex e gli ex suoceri, è stato sottoposto ieri a un interrogatorio fiume per ricostruire le dinamiche che hanno condotto la coppia alla separazione e a una dura e lunga battaglia a colpi di carte bollate per l’affidamento del figlioletto.
Il bimbo, a sette anni, quando è stato “liberato” dalla polizia e affidato al 118 e poi ai sanitari dell’ospedale di Belcolle, avrebbe portato ancora il pannolino e non sarebbe stato in grado di mangiare da solo. “Non sapeva neanche dare i calci a un pallone”, ha spiegato il padre.
La madre, nel frattempo, come è emerso ieri, è stata condannata in via definitiva alla pena di un anno e sei mesi di reclusione per sottrazione di minore, mentre sono stati assolti in appello i nonni, condannati a un anno e due mesi in primo grado per lo stesso reato. Fra qualche giorno, inoltre, come detto dal difensore, si aprirà per la donna un altro processo analogo.
La madre, inoltre, avrebbe querelato a sua volta la casa-famiglia, il tutore, pediatri, assistenti sociali, medici. “Chiunque la contraddica”, ha detto l’ex compagno.
Il pubblico ministero Paola Conti
Secondo quanto ricostruito in aula dagli agenti della squadra mobile del dirigente Alessandro Tundo, gli imputati, che avevano fatto perdere le proprie tracce dopo la sospensione di entrambi i genitori e la decisione dei magistrati di collocare il bimbo in casa famiglia, avrebbero vissuto asserragliati nella villa-bunker di Fabrica di Roma, dove c’è stato il blitz della polizia, con le finestre serrate da pesanti persiane di ferro, il cancello allucchettato con la catena e la recinzione coperta di filo spinato.
“Grazie agli operatori della casa famiglia, mio figlio è rinato. Lei non aveva voluto neanche mandarlo all’asilo, nonostante tutti ce lo avessero suggerito per il bisogno di socializzare”, ha raccontato il padre, un veneto di 53 anni, spiegando di avere conosciuto la ex compagna, una pianista e insegnante di musica, all’epoca al conservatorio di Venezia, su un sito a maggio 2013.
“Ad agosto vivevamo già insieme, a febbraio 2014 è nato il bambino, a luglio lei se ne è andata definitivamente da casa andando a vivere col bambino dai suoi genitori”, ha detto l’uomo.
Da lì è scoppiata la guerra, sfociata nella restituzione del piccolo al padre a settembre e nel processo alla madre e ai nonni, che ha fatto seguito alle indagini coordinate dalla pm Paola Conti.
Tribunale per i minorenni di Roma
“Lei mi ha tenuto nascosto che il 28 dicembre 2016 nostro figlio aveva avuto una crisi epilettica, problema fortunatamente superato da settembre 2017 grazie alle cure dei sanitari dei policlinici Gemelli e Umberto I di Roma. A quei tempi aveva tre anni e ho scoperto che loro lo facevano camminare solo tenendolo col guinzaglio che una volta si usava per i bimbi piccoli”, ha detto.
“Ho scoperto che aveva dei problemi agli occhi, noti alla madre dal 2018, solo nel 2021 in casa famiglia. Se lo avessi saputo prima, forse avrei potuto fare qualcosa prima per evitare che si aggravasse”, ha proseguito.
Si è detto più volte grato agli operatori della casa famiglia sul litorale romano dove il piccolo ha vissuto da luglio 2021 a settembre 2022: “Hanno fatto un ottimo lavoro, è un altro bambino”. E’ però ricorso alla corte europea “contro i ritardi di anni da parte dello stato italiano nel dare una soluzione a casi delicati come questo in cui c’è in gioco la vita di un bambino”.
Infine ha raccontato la “rinascita” del rapporto padre-figlio. “Abbiamo cominciato con degli incontri protetti di due-tre ore al chiuso, sempre alla presenza di assistenti sociali, quindi ci sono state le prime uscite, le passeggiate, i giri in bicicletta, mano a mano da soli io e lui. Poi ci è stato concesso il pernotto con me in hotel infine, dal 25 settembre, una domenica, siamo tornati a vivere insieme nella nostra casa in provincia di Treviso”.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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