Detenuto impiccato a Mammagialla - In aula testimonia uno dei carabinieri che per primi hanno indagato sul suicidio del 21enne egiziano
di Silvana Cortignani

Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf
Viterbo – “Morte di Hassan Sharaf, il giovane schiaffeggiato dalla penitenziaria ripreso dalle telecamere”. In aula testimonia uno dei carabinieri che per primi hanno indagato sul suicidio del 21enne egiziano. Sulle presunte lacune dell’inchiesta hanno puntato il dito i difensori di parte civile.
Nella cella d’isolamento di Mammagialla dove è stato trovato impiccato Hassan Sharaf c’era un “misterioso” graffito di matrice islamica, raffigurante un fucile Kalashnikov con sotto delle scritte in arabo inneggianti ad Allah. Lo hanno trovato e fotografato, durante il successivo sopralluogo, gli agenti della polizia penitenziaria.
Ma della paventata affiliazione all’Isis non è stata trovata traccia. Così come non è chiaro, visto che nulla del genere è stato sequestrato, con quale oggetto contundente, né quando il graffito sarebbe stato realizzato. Di sicuro dopo l’ingresso in cella d’isolamento di Sharaf. Si sarebbe anche indagato su possibili collegamenti con cellule terroristiche. Senza riscontri, come sottolineato in tribunale dai difensori della famiglia,
Il particolare finora inedito del graffito di matrice islamica è emerso durante l’udienza di ieri del processo per il suicidio del detenuto egiziano 21enne, morto il 30 luglio 2018 nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Belcolle dove era giunto in coma il 23 luglio.
Durante l’interrogatorio fiume del maresciallo Mario Formisano del nucleo investigativo della compagnia carabinieri di Viterbo, delegato alle indagini dal pubblico ministero Stefano D’Arma, è emerso inoltre che non sono stati individuati nemmeno l’oggetto con cui Sharaf si sarebbe procurato tagli all’avambraccio, come documentato dal video della sorveglianza interna del carcere e dalle ferite riportate, né cosa il 21enne abbia usato poco dopo per impiccarsi. Niente è stato sequestrato.
In disaccordo su tutto, le parti convenuto solo nella rinuncia a proiettare in aula le immagini riprese tra le 13,25 e le 15,32 dalle telecamere interne del carcere che il 23 luglio 2018 hanno cristallizzato le ultime due ore del 21enne egiziano, dal suo ingresso in cella d’isolamento a quando ne è uscito in fin di vita su una barella.

Mammagialla – Hassan Sharaf viene trasferito all’ospedale di Belcolle
Non si sa se si sia impiccato con un lenzuolo o con l’asciugamano. Nessun sequestro da parte della polizia penitenziaria, l’unica forza dell’ordine che abbia effettuato un sopralluogo nella cella. Non è stato sequestrato nemmeno il secchio rosso, tirato fuori dalla stanza da uno dei due agenti difesi dall’avvocato Giuliano Migliorati.
Sono imputati di abuso di mezzi di correzione in concorso davanti al giudice Elisabetta Massini, per lo schiaffo dato a Sharaf, talmente forte da fargli sbattere la testa contro il muro. Subito dopo, oltre a levare dalla cella il secchio, un cui frammento potrebbe essere stato usato dal 21enne per autolesionarsi, l’agente che lo aveva schiaffeggiato si sarebbe limitato ad assicurarsi che la porta blindata fosse ben chiusa, così come lo scuretto esterno dello spioncino a grata.
Durissimo, dopo l’interrogatorio del militare da parte del pm Michele Adragna, il contro esame da parte dei difensori di parte civile del cugino, della madre e della sorella, avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano, i quali hanno più volte ricordato come inizialmente sia stato aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, “per cui la cella era una potenziale scena del delitto, da trattare come tale”.
Per i difensori della famiglia, che tuttora mettono in dubbio la bontà del certificato con cui la Asl avrebbe autorizzato il trasferimento in cella d’isolamento, il 21enne non avrebbe dovuto nemmeno essere recluso nel penitenziario di Mammagialla.
Al suo compagno di detenzione avrebbe confidato di temere per la sua vita e poche settimane prima aveva chiesto aiuto al garante per i detenuti del Lazio e anche al garante nazionale, tra i testimoni della lista di parte civile. Responsabile civile, il ministero della giustizia, rappresentato dall’avvocato dello stato Giorgio Santini.

Gli avvocati Michele Andreano e Giacomo Barelli (al centro) con i collaboratori
Non solo. “Uno degli agenti imputati era stato querelato da Sharaf, in seguito a una perquisizione da lui effettuata nella sua cella, in cui era stato trovato dello stupefacente, motivo per cui a marzo gli era stata inflitta la sanzione disciplinare dell’isolamento, irrogata a luglio perché prima non c’era posto”, hanno detto Barelli e Andreano, rivelando precedenti screzi, a loro dire, anche con l’altro agente imputato.
Sharaf, giunto tranquillo alla cella d’isolamento, avrebbe cominciato ad agitarsi una volta all’interno, sembra per via delle sigarette, rimaste all’interno di un sacco da cui aveva potuto prelevare poche cose prima che finisse in magazzino. Nemmeno il sacco, per eventuali riscontri, sarebbe stato però sequestrato.
Il 21enne stava scontando “in un carcere per adulti”, dove era giunto il 19 gennaio 2018, “una pena per minorenni”, essendo stato condannato “per 10 euro di hashish di cui era stato trovato in possesso durante un controllo alla stazione Termini di Roma”. Da Mammagialla sarebbe uscito il successivo 7 settembre, dopo poco più di un mese.
Il processo riprenderà in aprile per sentire due testimoni di parte civile.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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