Lettere - Caso Hassan Sharaf - Interviene l'avvocato Michele Andreano
 Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf  Michele Andreano |
Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – I giornalisti fanno il loro lavoro, per cui nulla quaestio quanto alla pubblicazione. Altra precisazione: non è il sottoscritto la fonte di tale notizia (rdr, l’avvocato fa riferimento all’articolo “Pestaggi a Mammagialla, la procura non poteva non sapere che è un carcere lager”). Affinché non si pensi che unico motivo della presente sia quello di ‘metter le mani avanti’ sulla fonte della vostra notizia, valga il seguente punto, centrale, che è unico motivo a spingermi all’inoltro della presente.
Faccio l’avvocato penalista ormai da trent’anni. Il 95% dei casi che tratto attengono alla difesa di indagati e imputati. Ho speso anni della carriera per battermi affinché non vi siano fughe di notizie, in particolare di atti non ostensibili.
Non ho pertanto gradito, non la pubblicazione perché se avete una notizia il vostro mestiere è quello di divulgarla (assicurata la verifica, qui non in discussione), dicevo non ho gradito l’enunciazione del mio nome che, così come pubblicato, sembra si sia interloquito con il sottoscritto. Dunque, se mi aveste chiamato, oltre a precisarvi che la udienza di cui avete pubblicato brani, era in camera di consiglio (quindi a porte chiuse, udienza non pubblica per intenderci), vi avrei specificato che tale modus procedendi è così voluto dal nostro codice di rito per preservare, ai massimi livelli, il principio di non colpevolezza, da una parte e, cosa non meno rilevante, dall’altra parte la riservatezza dei temi dibattuti a ‘porte chiuse’. Il tutto poiché, il giudice, deve ancora esprimersi sul rinviare a giudizio, o meno, dell’imputato.
Questo avrei detto se mi aveste sentito in merito a quanto andavate pubblicando spendendo il mio nome.
Tutti sanno, almeno tra i clienti e i collegi, che ho sempre tenacemente protestato per le fughe di notizie e per il modo con il quale i media ‘dipingono’ gli indagati o gli imputati con l’uso di atti non ostensibili.
Oggi, che sono dall’altra parte (difensore di parte civile) penso debba indignarmi allo stesso modo. Se si crede, come credo, nel diritto al silenzio, alla riservatezza e alla dignità lo si deve fare sempre. Sempre. Si tratti del presidente della repubblica o di un perfetto sconosciuto, il risultato non muta.
La gravità, dunque, la vedo nell’accostare ad atti riservati il mio nome; per inciso, l’amico e collega Barelli, non rappresenta con me i familiari. Egli rappresenta il cugino, che non è parte costituita a Perugia.
La mia storia, dunque, mi imponeva questa doverosa precisazione, affinché non si pensi che vada cercando notorietà sulle ‘pene’ altrui. Essendo già il processo una pena, rispettiamo il soggetto al centro di tale fatto, finché non decideranno.
Avvocato Michele Andreano
– “Pestaggi a Mammagialla, la procura non poteva non sapere che è un carcere lager”
Due righe solo per spiegare alcune cose. Uno: le fonti dei giornalisti sono tutelate dal segreto professionale. E quindi non entriamo nella questione minimamente. Due: il suo nome non è stato “accostato”, quasi per caso a quanto detto davanti al giudice, ma è stato citato per quanto ha detto davanti al giudice. Stessa cosa per il procuratore capo Auriemma. Come dire: mi pare che la sua logica soffra di troppe fallacie. Ma fa niente. Va però sottolineato che la nostra cronista ha fatto semplicemente il suo dovere di giornalista senza accostare un bel niente ma citando con nomi e cognomi. Con la consueta correttezza. E da nessun punto dell’articolo si può dedurre quale possa essere la fonte, tra le numerose possibili. Uso il verbo “dedurre” non a caso. Poi ognuno si può inventare e immaginare qualsiasi cosa.
Carlo Galeotti
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