Caso Hassan Sharaf - Al centro la presunta omissione di atti d’ufficio per il mancato trasferimento d’ufficio in un carcere minorile - Parti civili madre, sorella e il cugino con cui aveva affrontato il mare per sbarcare in Italia
di Silvana Cortignani

Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf
Viterbo – Morte di Hasan Sharaf, seconda udienza fiume davanti al gup Savina Poli e al procuratore generale Tonino Di Bona per i sei imputati di omicidio colposo e omissione di atti d’ufficio in seguito al suicidio del 21enne egiziano che a luglio 2018 si è impiccato in una cella d’isolamento.
Hanno preso il via ieri mattina, presso l’aula di corte d’assise degli uffici giudiziari di via Falcone e Borsellino, gli interrogatori dei tre imputati che hanno scelto l’abbreviato, ovvero l’ex direttore Pierpaolo D’Andria assistito dall’avvocato Marco Russo, il comandante della penitenziaria Daniele Bologna assistito da Giuliano Migliorati e il capo matricola Luca Floris assistito da Luca Chiodi.
Per gli altri tre imputati che procedono col rito ordinario – ovvero il responsabile di medicina protetta Danilo Monarca, il responsabile della sezione d’isolamento Massimo Riccio e la dottoressa di medicina protetta Elena Niniashvili (difesi dagli avvocati Giuliano Migliorati, Massimo Pistilli. Fausto Barili e Mario Brizi) – è stata nel frattempo accolta la citazione quali responsabili civili del ministero della giustizia e della Asl.
Assistiti dagli avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano, sono pronti a chiedere la condanna e un risarcimento tre congiunti di Hassan Sharaf, ovvero la madre e la sorella che vivono in Egitto e il cugino che vive a Roma, col quale Hassan Sharaf non ancora maggiorenne aveva affrontato il viaggio a bordo di un barcone per raggiungere le coste italiane.

Mammagialla – Hassan Sharaf (nel riquadro) chiede aiuto dopo essersi procurato dei tagli alle braccia
La procura generale di Roma, che il 10 dicembre 2021 su richiesta degli avvocati di parte civile Giacomo Barelli e Michele Andreano aveva avocato a sé l’inchiesta, dopo la richiesta di archiviazione della procura di Viterbo, l’anno scorso ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo dell’ex direttore Pierpaolo D’Andria, del responsabile di medicina protetta Danilo Monarca, del responsabile della sezione d’isolamento Massimo Riccio e della dottoressa di medicina protetta Elena Niniashvili.
Tra i punti centrali dell’accusa il fatto che, a luglio 2018, Hassan Sharaf non avrebbe dovuto essere più ristretto nel carcere di Mammagialla da dove, la precedente primavera, il detenuto “giovane adulto” avrebbe dovuto essere trasferito presso la più vicina struttura per minori, avendo finito di scontare in primavera la pena per una rapina commessa da maggiorenne ed essendo nel frattempo diventata definitiva una sentenza per possesso di stupefacenti risalente a quando era ancora minorenne.
È il motivo per cui all’ex direttore del carcere di Mammagialla viene contestato anche il reato di omissione di atti d’ufficio, per il mancato trasferimento d’ufficio di Hassan Sharaf in un carcere minorile, assieme al comandante della penitenziaria Daniele Bologna e all’agente capo matricola Luca Floris.

Aida El-Shahat Selim, madre di Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf, durante una intervista sul figlio rilasciata a un canale televisivo egiziano
Quando si è impiccato, nel primo pomeriggio del 23 luglio 2018, Hassan Sharaf si trovava da poche ore in cella d’isolamento, in seguito a una sanzione irrogata con provvedimento del consiglio di disciplina in data 9 aprile 2018 ed eseguita in epoca in cui il detenuto si trovava in espiazione di pena inflitta con sentenza di condanna, relativa a un reato commesso da minorenne. “Quindi da espiare presso un istituto penale minorile come peraltro precisato dal procuratore della repubblica presso il tribunale dei minorenni di Roma”, viene sottolineato nelle carte della procura generale.
Per la morte del giovane, deceduto dopo una settimana di agonia al reparto rianimazione dell’ospedale di Belcolle, è già in corso a Viterbo, davanti al giudice monocratico Ilaria Inghilleri, un processo a due agenti della penitenziaria, imputati di abuso dei mezzi di correzione in concorso, in seguito a uno schiaffo, ripreso dalle telecamere interne al carcere, dato al 21enne, che si agitava, poco prima che si impiccasse in cella di isolamento.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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