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Caso Hassan Sharaf - Secondo l'accusa - Ma per la cassazione è atto discrezionale - La difesa dei magistrati: "Solo un equivoco procedurale"

“Pestaggi a Mammagialla, il procuratore Auriemma e la pm Dolce avevano l’obbligo di indagare”

di Silvana Cortignani
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Mammagialla - Hassan Sharaf (nel riquadro) chiede aiuto dopo essersi procurato dei tagli alle braccia

Mammagialla – Hassan Sharaf (nel riquadro) chiede aiuto dopo essersi procurato dei tagli alle braccia


Viterbo – Magistrati della procura di Viterbo indagati per rifiuto o omissione di atti d’ufficio nell’ambito del caso Hassan Sharaf, al centro della richiesta di rinvio a giudizio del procuratore Paolo Auriemma e della pm Eliana Dolce l’obbligo dell’iscrizione nel registro delle notizie di reato in seguito all’esposto dell’8 giugno 2018 del garante, integrato il 31 luglio, relativo a otto presunti casi di detenuti percossi e vittime di episodi di violenza messi in atto dalla polizia penitenziaria, tra i quali quello dell’egiziano 21enne che si sarebbe poi tolto la vita a distanza di meno di un mese impiccandosi in una cella d’isolamento. .

Secondo una sentenza delle sezioni unite della cassazione sarebbe un atto discrezionale, per cui un eventuale errore nell’iscrizione non potrebbe dar luogo nemmeno a una sanzione disciplinare. Fatto sta che la procura della repubblica presso il tribunale di Perugia presieduta da Raffaele Cantone, dal canto suo, ha chiesto l’archiviazione, rigettata dal gip, dell’inchiesta relativa alla mancata apertura di un fascicolo per lesioni personali e/o abuso dei mezzi di correzione.

“Un equivoco procedurale che origina dalla richiesta di archiviazione, per presunte irregolarità sull’obbligo di iscrizione, che si fonda su una normativa talmente complessa cui la riforma Cartabia è stata costretta a introdurre delle modifiche”, spiega il difensore Filippo Dinacci, pronto ad affrontare in aula la questione il prossimo 29 giugno davanti al gup Angela Avila.


Paolo Auriemma

Il procuratore capo Paolo Auriemma


La pensa diversamente il difensore di parte civile Michele Andreano che, nella denuncia querela di oltre 80 pagine più allegati sporta presso la procura del tribunale di Perugia, scrive: “Non meno imbarazzante appare la ‘intera gestione’ ad opera della procura della repubblica di Viterbo, sia per non aver dato un minimo cenno di riscontro, nel senso di operare delle indagini, a seguito delle precise e puntuali denunce del garante prima del tragico evento, sia dopo. È fatto notorio, drammaticamente notorio, basti consultare internet, di come questo non sia affatto l’ unico episodio isolato che coinvolge la popolazione carceraria del carcere di Viterbo”.

“Numerosissimi – prosegue il legale – sono i procedimenti aperti nei confronti del personale della polizia penitenziaria di Viterbo, come altrettanto numerosi sono gli esposti, uno dei quali anche il 20 aprile 2018, che il garante dei detenuti ha inoltrato al procuratore capo Auriemma che, tuttavia, sono rimasti inascoltati”.

Sharaf, in particolare, secondo quanto si legge, avrebbe riferito al garante di “lesioni in tutto il corpo” e di “timpano dell’orecchio sinistro probabilmente lesionato, posto che dopo il pestaggio non sentiva bene”. Il legale parla di “inerzia”, per avere “omesso di espletare anche la minima indagine in relazione alle denunciate violenze ai danni dello Sharaf”. “In questo senso – spiega – viene in rilievo la fattispecie prevista e punita dall’art. 328 c.p.,che mira a sanzionare l’inerzia dei pubblici uffici, nel momento in cui essi non rispondono alle richieste effettuate dai cittadini o altri pubblici ui1ìci, come quello del garante dei detenuti”.

In seguito alla morte del 21enne egiziano la procura ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti, di cui è stata chiesta l’archiviazione il 19 maggio 2019, cui si sono opposte le parti civili. C’è inoltre un processo in corso a carico dei due penitenziari accusati di abuso dei mezzi di correzione in concorso per lo schiaffo dato al 21enne in cella d’isolamento poco prima che si impiccasse.

A sporgere querela, tramite l’avvocato Andreano, sono stati Aida Selim, 49 anni, madre di Hassan Sharaf, e Saeed AbdeI Hafez, 55 anni, non in proprio ma nella sua qualità di presidente del consiglio della fondazione Moltaqa El Hewar per lo sviluppo dei diritti umani. 

La procura generale, avocando a sé il caso, ha ipotizzato il reato di omicidio colposo, per il quale sono stati inviati gli avvisi di fine indagine all’ex direttore di Mammagialla Pierpaolo D’Andria, ai medici del reparto di medicina protetta di Belcolle Roberto Monarca e Elena Niniashvili e al poliziotto della penitenziaria Massimo Riccio, responsabile della sezione di isolamento. Per omissione di atti di ufficio, invece, sono indagati l’ex direttore del carcere D’Andria e gli agenti Daniele Bologna, comandante della penitenziaria, e Luca Floris.


Michele Andreano

L’avvocato di parte civile Michele Andreano


Sharaf era ancora minorenne quando nel 2014, a 17 anni, assieme a un cugino, è giunto in Italia a bordo di uno dei tanti barconi carichi di clandestini che solcano il Mediterraneo. A Mammagialla era giunto da Regina Coeli un anno prima, il 21 luglio 2017, trasferito per “motivi di opportunità penitenziaria”. Fine pena il 9 settembre 2018 per una condanna a quattro mesi per droga che avrebbe dovuto scontare in un carcere minorile, dopo avere finito di scontare a Viterbo una condanna per rapina.

Era il 21 marzo 2018 quando il 21enne è ricorso all’infermeria del carcere, chiedendo anche un colloquio col garante dei detenuti, per riferite presunte percosse subite il giorno prima dalla polizia penitenziaria, riportando delle escoriazioni sia all’orecchio sinistro sia nella regione posteriore della coscia destra, oltre ad un edema sulla mano sinistra.

Il successivo 1 giugno sarebbe stato sottoposto all’unica visita psichiatrica, contrariamente a Regina Coeli dove sarebbe stato sottoposto a sorveglianza e costantemente monitorato.

A giugno 2018 il garante Stefano Anastasia faceva pervenire un esposto al procuratore Paolo Auriemma, nel quale avrebbe dato atto – secondo l’avvocato Andreano – che alcuni detenuti, tra cui lo Sharaf, avrebbero avuto segni di contusioni e lacerazioni sul loro corpo (“per averlo visto personalmente”) e che tutti avrebbero riferito modalità analoghe circa le violenze commesse nei loro confronti dal personale di polizia penitenziaria. 

In particolare, il garante avrebbe scritto che i detenuti avrebbero sostenuto di essere stati portati da più agenti di polizia penitenziaria nei locali docce o in stanze in uso alla sorveglianza, dove poi sarebbero stati picchiati. Sempre i detenuti avrebbero raccontato di non essere stati visitati da medici se non dopo diversi giorni.

Per quanto riguarda, nello specifico, Hassan Shanlf, questi secondo il legale della. famiglia sarebbe stato individuato quale vittima delle violenze anche da un altro detenuto, suo compagno di cella, il quale, interrogato il 13 agosto 2018, avrebbe riferito: “”Nel momento in cui Hassan Sharaf è stato prelevato dalla nostra camera di pernottamento per essere condotto all’isolamento, mi disse ‘quando non sentirai più la mia voce, vorrà dire che loro mi hanno ammazzato’. Poco dopo l’ho sentito chieder aiuto mentre era in fase di trasferimento, poi non ho più sentito la sua voce”.

Secondo quanto emerso, il 20 marzo 2018, Sharaf avrebbe opposto resistenza a una perquisizione straordinaria, per cui sarebbe stato “afferrato per le braccia” e “reso innocuo”. Motivo per cui il 9 aprile il consiglio di disciplina del carcere gli avrebbe inflitto la sanzione disciplinare di “giorni quindici di esclusione dalle attività in comune”mì, che aveva appena iniziato a scontare in isolamento il 23 luglio, due ore prima di impiccarsi in cella.

Il garante avrebbe anche dato atto che, mentre raccontava, lo Sharaf si sarebbe velocemente spogliato mostrando i segni delle percosse sul corpo, affermando che tali episodi di violenza sarebbero avvenuti di frequente, in particolar modo nei confronti di detenuti stranieri, e che lui avrebbe avuto, per questa ragione, paura di morire.

Tre detenuti stranieri avrebbero riferito al garante di essere stati violentemente picchiati da circa sei agenti, anche con l’ausilio di manganelli, mentre erano in isolamento. Il 26 gennaio  2018 era stato trovato morto, nel letto della sua cella, un giovane egiziano di 26 anni, che avrebbe chiesto inutilmente l’intervento della penitenziaria in quanto non avrebbe urinato da quattro giorni.

Silvana Cortignani


Articoli: “Non indagarono su percosse e violenze a Mammagialla”, il procuratore Auriemma e la pm Dolce davanti al gup – Caso Hassan Sharaf, chiesto il rinvio a giudizio del procuratore capo Auriemma e della pm Dolce – Pestaggi in carcere, il garante: “Si faccia piena luce…” – Caso Hassan Sharaf, indagini sul giudice che ha fissato al 2024 l’opposizione all’archiviazione – Hassan Sharaf quattro mesi prima della morte: “Botte in tutto il corpo dai penitenziari” – Pestaggi a Mammagialla, indagini su possibili omissioni della procura 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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25 maggio, 2023

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