Tribunale - Secondo l'accusa, "schiaffeggiarono il 21enne e blindarono la cella" - Il giovane egiziano si è impiccato con corda artigianale
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 Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf  Aida El-Shahat Selim, madre di Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf  Caso Hassan Sharaf – Gli avvocati di parte civile Michele Andreano e Giacomo Barelli  Il difensore dei penitenziari, Giuliano Migliorati |
Viterbo – (sil.co.) – Ennesimo stop ieri del processo ai due penitenziari di 52 e 54 anni imputati di abuso dei mezzi di correzione in concorso in seguito alla morte di Hassan Sharaf. “Schiaffeggiarono il 21enne e blindarono la cella”, l’accusa.
È il caso del 21enne egiziano che poco prima di impiccarsi in una cella d’isolamento del carcere di Mammagialla, il 23 luglio di sei anni fa, fu schiaffeggiato dagli imputati sotto gli occhi delle telecamere. Talmente forte, secondo l’accusa, da fargli sbattere la testa contro il muro.
L’udienza in programma davanti al giudice Giovanna Camillo, l’ultimo magistrato cui è stato assegnato il procedimento, rinviata lo scorso 7 maggio a causa della bomba di via De Gasperi, ieri è saltata di nuovo, stavolta in seguito alla tre giorni di astensione degli avvocati penalisti contro il sovraffollamento, i suicidi e le aggressioni nelle carceri.
Se ne riparla a novembre, quando è in programma una calendarizzazione delle udienze in modo da stringere i tempi per arrivare il prima possibile a una sentenza di primo grado. Gli imputati sono difesi dall’avvocato Giuliano Migliorati, mentre i familiari sono parte civile con i legali Giacomo Barelli e Michele Andreano.
Uno dei due imputati, in particolare, dopo lo schiaffo, avrebbe chiuso a chiave la porta del blindo e dello spioncino di ispezione, quindi dopo che il detenuto aveva riaperto lo spioncino, lo avrebbe richiuso assicurandosi la completa e corretta chiusura.
Nonostante la condizioni generali di Sharaf, che mostrava agitazione, insofferenza ed inquietudine, dopo avere assicurato la completa e corretta chiusura del blindo della cella e del relativo spioncino alle ore 14,18, avrebbe effettuato il primo controllo sulle condizioni del 21enne solo dopo 27 minuti ed in particolare alle ore 14,45.
Nel frattempo sono uscite in 79 pagine le motivazioni della sentenza del gup Savina Poli che lo scorso 27 marzo ha rinviato a giudizio per omicidio colposo l’agente responsabile della sezione d’isolamento Massimo Riccio e la dottoressa di medicina protetta Elena Ninashivili, assolto il comandante della polizia penitenziaria Daniele Bologna e il capo matricola Luca Floris, condannato a due mesi e venti giorni di reclusione con sospensione della pena, per omissione di atti d’ufficio per il mancato trasferimento in un istituto minorile, l’ex direttore del carcere Pierpaolo D’Andria.
La procura generale di Roma potrebbe ora presentare appello contro la sentenza. “Un contentino”, per gli avvocati Andreano e Barelli: “Se condanni il direttore perché non l’ha trasferito, non ha ottemperato all’ordine di un magistrato, perché lì quel giovane adulto non doveva esserci, è chiaro che la conseguenza è stata la morte colposa”.
Hassan Sharaf, secondo l’accusa, non avrebbe dovuto trovarsi al “Nicandro Izzo” e nemmeno in una cella d’isolamento. “Il provvedimento disciplinare veniva peraltro portato ad esecuzione nonostante le condizioni del detenuto, soggetto politossicodipendente e con problematiche psichiatriche, richiedessero un attento monitoraggio dei comportamenti per significativo e comunque non trascurabile rischio suicidario”, si legge.
Il 21enne, poche ore dopo l’inizio della misura disciplinare, si è impiccato con corda artigianale ricavata da un asciugamano legata alla terza sbarra della finestra a grate presente nella stanza, “con conseguente asfissia meccanica, per compromissione delle vie aeree, e encefalopatia post-anossica e stato comatoso” da cui derivava, per insufficienza cardio circolatoria, il successivo decesso, avvenuto nel reparto rianimazione di Belcolle il 30 luglio di sei anni fa.
Fin dal 9 maggio 2018, secondo il provvedimento notificato alla direzione l’11 aprile 2018, Sharaf, quale infraventicinquenne, doveva essere trasferito presso un istituto penale minorile dove avrebbe dovuto espiare fino al 9 settembre la pena di mesi quattro di reclusione, inflitta con sentenza emessa dal tribunale per i minorenni di Roma nel 2017.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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