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Bilanci 2025 - La presidente del centro Penelope tira le somme dell'anno appena finito: "45 donne accolte, nel 43% dei casi responsabile delle aggressioni è il partner, nel 24% l’ex"

Marta Nori: “La violenza di genere non è un’emergenza, ma un sistema radicato…”

di Patrizia Prosperi
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Viterbo –  Quarantacinque donne accolte al centro antiviolenza Penelope di Viterbo, nel 2025, fascia d’età prevalente 40-49 anni. Nel 43% dei casi responsabile della violenza è il partner, nel 24% l’ex partner. “La violenza di genere non è un’emergenza, ma un sistema radicato nelle disuguaglianze di potere”, spiega Marta Nori, presidente dell’associazione Kyanos che gestisce il centro Penelope e la casa rifugio Fenice.

Viterbo - Marta Nori

Viterbo – Marta Nori


Il 2025 si chiude con un forte lavoro di rete anche grazie al tavolo interistituzionale promosso dal comune di Viterbo con gli altri enti interessati, ma anche con una necessità urgente: “È frustrante rispondere 3-4 volte al giorno che non abbiamo posti per accogliere emergenze”, denuncia Nori, tracciando bilancio e progetti futuri.

Quante donne avete accolto al centro antiviolenza Penelope quest’anno?
“Le donne accolte al centro antiviolenza finora sono state 45”.

Sul fronte immigrazione: quali sono stati i numeri e le tipologie di intervento e quali nazionalità prevalenti?
“Le nazionalità prevalenti sono Romania, Bangladesh, Nigeria, Tunisia e Ucraina. La presa in carico delle donne con un percorso migratorio deve sempre tener conto della maggiore vulnerabilità, spesso correlata a una non conoscenza della lingua e a uno status giuridico precario. La presa in carico della donna vittima di violenza prevede un percorso di fuoriuscita più lungo, spesso per mancanza di una rete familiare”.

Ci sono stati casi in cui le due problematiche si sono intrecciate?
“Certo che sì. Le azioni svolte nel percorso di fuoriuscita sono molteplici: ascolto, accoglienza, orientamento ai servizi della rete territoriale, supporto sociale, psicologico e legale, consulenza alloggiativa, sostegno all’autonomia, supporto per i figli minorenni, sostegno alla genitorialità, mediazione linguistica e culturale”.

Qual è il profilo prevalente delle donne che si rivolgono a Penelope?
“La fascia d’età più rappresentata è quella tra i 40 e i 49 anni, con il 36,4%. Seguono le giovani tra 16 e 29 anni (24,2%), le donne tra 30 e 39 anni (18,2%). Il 63,6% è di nazionalità italiana, il restante straniera. La tipologia di violenza riguarda soprattutto violenza fisica, minaccia, violenza psicologica, violenza economica, stalking e violenza sessuale. Per quest’ultima, rispetto agli ultimi anni, sta scendendo l’età media. L’autore di violenza, in linea con i dati nazionali, nel 43% dei casi è il partner, nel 24% l’ex partner”.

Marta Nori

Marta Nori


Quali sono gli ostacoli principali che le donne incontrano?
“Il principale ostacolo non è la mancanza di servizi, soprattutto qui dove la rete funziona bene grazie al tavolo interistituzionale voluto dal Comune di Viterbo, ma la difficoltà di potervi accedere in sicurezza, soprattutto quando la violenza è continua, la donna è economicamente dipendente, ha figli, è isolata o migrante. Esistono ostacoli personali e psicologici: paura delle ritorsioni, senso di colpa e vergogna. Molte donne interiorizzano la responsabilità della violenza subita.

Assistiamo poi a una forma di normalizzazione della violenza, anche a causa di una narrazione malata che rende più complicato il percorso di fuoriuscita. Esistono ostacoli economici, primo fra tutti la dipendenza economica dall’autore della violenza. Per questo organizziamo corsi di alfabetizzazione finanziaria e incontri sul bilancio delle competenze. Ci sono poi le difficoltà legate alla paura di perdere i figli, l’uomo maltrattante li utilizza come strumento di controllo e ricatto. A tutto questo in alcuni casi si aggiunge la scarsa fiducia nelle istituzioni, la paura di non essere creduta o di essere giudicata”.

Qual è il livello di collaborazione con le istituzioni?
“Il Centro Penelope svolge un ruolo fondamentale nel contrasto alla violenza di genere, rappresentando un presidio di ascolto, tutela e accompagnamento per le donne vittime di violenza. In un territorio ampio e in parte caratterizzato da isolamento sociale e geografico, offriamo accoglienza qualificata, percorsi personalizzati e sostegno all’autonomia. Il nostro lavoro si distingue per la stretta collaborazione con i servizi e le istituzioni locali, rafforzando la rete territoriale e prevenendo il rischio di rivittimizzazione. Un impegno quotidiano che rende il Centro Penelope un punto di riferimento essenziale per la comunità del distretto sociosanitario VT3, non solo nella risposta all’emergenza, ma nella costruzione di progetti individuali di uscita dalla violenza”.

Quante persone lavorano con voi tra volontari e collaboratori, come formate i volontari su temi così delicati?
“Ad oggi siamo strutturate in questo modo: 8 operatrici antiviolenza, 3 psicologhe, 2 educatrici, 3 legali, 1 assistente sociale, 1 supervisora. Vorrei approfittare di questa intervista per ringraziarle tutte perché sono un’équipe fantastica. Abbiamo istituito da poco un ufficio comunicazione in quanto crediamo sia fondamentale che quando vengono trattati temi come la violenza contro le donne sia importante utilizzare parole giuste e una narrazione che deve assolutamente tener conto di alcuni aspetti che solo le professioniste conoscono. Tutto il personale del centro antiviolenza Penelope e dell’associazione Kyanos partecipa a percorsi di formazione continua come operatrici antiviolenza, garantendo interventi qualificati, competenti e coerenti con gli standard nazionali. La formazione riguarda il riconoscimento delle diverse forme di violenza, l’ascolto non giudicante, la valutazione del rischio, la tutela dei minori, il lavoro in rete con i servizi e l’approccio interculturale, fondamentale nel supporto alle donne immigrate. Questo investimento costante sulla formazione assicura professionalità, aggiornamento e qualità degli interventi, rafforzando la capacità dei servizi di rispondere in modo efficace e rispettoso ai bisogni delle donne sul territorio”.

Viterbo - Marta Nori del centro Penelope

Viterbo – Marta Nori del centro Penelope


Come vivono le festività le persone che seguite?
“Le donne che si trovano in protezione presso la casa rifugio Fenice gestita da Kyanos non restano sole. Da quando è stata istituita la casa rifugio, a parte la presenza delle operatrici nei turni H24, la sera della vigilia, se loro vogliono, visto che alcune volte le donne inserite nel circuito di protezione non sono cattoliche e quindi non festeggiano il Natale, vengono coinvolte nelle cene familiari delle operatrici o della responsabile. In piena sincerità posso dire che non le abbiamo mai lasciate sole nella solitudine del Natale. È per questo che alcune volte, quando sui giornali prendo le difese di qualche donna immigrata e mi rispondono con frasi del tipo ‘ah perché non te le porti a casa tua?’, le mie figlie rispondono sempre: ‘Se solo sapessero…’”.

Quali progetti avete in cantiere per il nuovo anno?
“Abbiamo il centro culturale La Caterinaccia in via Annio 18, spazio dedicato al benessere femminile, dove si svolgono eventi culturali, seminari, corsi, laboratori e gruppi di auto aiuto. Dal prossimo anno si arricchirà con l’apertura di una biblioteca femminista e seminari su potenziamento lavorativo e indipendenza economica. È stato confermato lo sportello antiviolenza con capofila il Comune di Montefiascone e lo sportello per donne immigrate in convenzione con Fimavla-Ebat Viterbo”.

Di cosa avreste bisogno per potenziare i servizi?
“Sicuramente i posti in casa rifugio non bastano. Come responsabile della casa rifugio Fenice posso affermare che è frustrante rispondere al telefono della reperibilità e per 3-4 volte al giorno dicendo che non abbiamo posto per accogliere emergenze. Sul territorio però per il 2026 è prevista l’istituzione da parte dell’amministrazione di una casa h72 e questo sicuramente rappresenterà un altro importante passo nella gestione delle emergenze”.

Dopo un anno, il 2025, di lavoro sul campo, qual è il messaggio più importante che vuole lanciare sulla violenza di genere e sull’accoglienza?
“Che la violenza di genere non è un’emergenza, ma un sistema radicato nelle disuguaglianze di potere tra uomini e donne. Non riguarda casi isolati e non si affronta con risposte occasionali, ma con un lavoro continuo, politico e collettivo. L’accoglienza non è assistenzialismo: è pratica femminista. Accogliere significa credere alle donne, restituire loro voce e autodeterminazione, rispettarne i tempi e le scelte, senza giudizio né imposizioni. È costruire spazi sicuri in cui la libertà non è promessa, ma esercitata. La violenza si contrasta prima di tutto con la prevenzione, l’educazione e la presenza nei territori, rafforzando reti, saperi e relazioni. Per questo il lavoro culturale è parte integrante della lotta alla violenza. È esattamente ciò che facciamo ogni giorno come associazione Kyanos e centro antiviolenza Penelope”.

Patrizia Prosperi


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