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Bilanci 2025 - Chiesa cattolica - Intervista al vescovo Orazio Francesco Piazza - Povertà, unioni territoriali, e un nuovo sacerdote entro un anno

“Con Viterbo è stato amore a prima vista… Per il 2026? Sorridete di più”

di Irene Temperini
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Viterbo – “Con Viterbo è stato amore a prima vista. Entro un anno sarà ordinato un nuovo sacerdote. Per il 2026? Sorridere di più”. Il vescovo Orazio Francesco Piazza traccia un bilancio dell’anno appena finito e guarda al futuro.

Il vescovo di Viterbo si racconta e racconta la chiesa viterbese a tutto campo. Dalla sfida della povertà in costante aumento, alla rivoluzione delle unità territoriali. Dal nuovo sacerdote che sarà ordinato entro un anno, alle prime considerazioni sul pontificato di papa Leone XIV. Il ritratto di una chiesa in cammino per affrontare le sfide presenti e future e per creare il solco di un cambiamento strutturale e profondo. E il racconto di un amore a prima vista, quello con Viterbo e il suo territorio.
Si chiude il 2025 che è stato un anno importante per la cristianità, con il Giubileo aperto da papa Francesco e che si è chiuso con papa Leone XIV a San Pietro 6 gennaio.

Il vescovo Orazio Francesco Piazza

Il vescovo Orazio Francesco Piazza


Che importanza ha avuto questo 2025 per la chiesa viterbese?
“Il Giubileo è stato un lungo momento di straordinaria qualità. Il territorio viterbese il Giubileo lo ha sentito sulla pelle. Il mio auspicio è che oltre che lo sentisse sulla pelle lo sentisse nel cuore, come occasione per dare un grande impulso di qualità, di sensibilità, soprattutto nei valori umani e cristiani”.

A livello di chiesa globale, secondo lei quale sarà il segno di continuità con papa Francesco, e in cosa invece a suo avviso sarà diverso il pontificato di papa Leone XIV?
“Sicuramente papa Leone lascerà un grande segno. Papa Francesco ha compiuto la sua opera, ha concluso la sua opera. Nessuno di noi può dimenticare quella Pasqua durante la pandemia. Sicuramente quel periodo ci ha accompagnato come una sospensione del tempo, di una grande attesa che rispecchia la domanda che ho ricevuto, la continuità e la progettualità. Come sempre nella storia della chiesa lo spirito fa il suo cammino, e prende le sue decisioni per il bene della chiesa, se arriva papa Leone.

I segni di continuità sono molto evidenti, anche per l’esperienza di papa Leone che come vescovo ha vissuto le periferie, ha vissuto le marginalità, ha vissuto i bisogni di popoli sappiamo bene in attesa di un vero sviluppo. E quindi i popoli che vivono la sofferenza di esprimere la qualità della propria vita. Ecco, una è proprio su questo crinale, dove con molta chiarezza sta dando in modo chirurgico e incisivo riferimenti inequivocabili con una chiarezza solare, talvolta sconcertante, che non piega il volto alle umoralità, diciamolo subito. 

Papa Leone non ha la preoccupazione di dire ciò che è politicamente corretto, né tantomeno quello che si aspettano che possa dire. Prende posizioni coraggiose. Come vescovo cosa mi aspetto ? Che il cammino della chiesa diventi ancor più incisivo e possa addirittura segnare col proprio esempio, con lo stile di vita di una chiesa pienamente in uscita, come ha voluto papa Francesco, capace però di dissodare il terreno e di dare indicazioni chiare come guida all’interno di un mondo così frammentato e così complesso. Quindi da un’esperienza di Francesco che ha aperto gli occhi ad una chiesa che necessariamente doveva calarsi nella realtà dell’uomo concretamente nel quotidiano, nei suoi bisogni, nelle sue fragilità, nelle ingiustizie, e ce ne sono tante in giro piccole e grandi, una chiesa che però dettasse il ritmo della speranza attraverso un sentiero chiaro su cui collocare le proprie scelte come valori su cui impegnarsi nel prosieguo del cammino. Questo sicuramente sarà anche il motivo della chiusura del nostro Giubileo, in cui questo messaggio tra la memoria, l’attualità e il futuro segna il senso di quello che c’è nella domanda. 

Leone sicuramente sarà incisivo su questo e offrirà con chiari punti di riferimento delle opportunità su cui dobbiamo fare delle scelte. Non dobbiamo temere di essere derisi, non andiamo alla ricerca dei consensi, perché i consensi a volte nascondono un certo adattamento. La parola misericordia diventa una profezia in cui la misericordia impone a ognuno delle scelte su cui dover camminare”.

Il compleanno del vescovo di Viterbo Orazio Francesco Piazza

Il compleanno del vescovo di Viterbo Orazio Francesco Piazza


Lei ha portato in diocesi un nuovo approccio. Una delle prime cose che ha fatto è stata dividere la diocesi in ambiti di interesse e nominare dei vicari. Per la prima volta a Viterbo ci sono una decina di vicari per altrettanti ambiti pastorali. Come valuta oggi i risultati di questa scelta?
“Viene guardato il vescovo che dà un input molto chiaro e molto forte, ma il segreto sono i collaboratori. Perché un’azione così incisiva e pervasiva è segno di un cambio di modello di chiesa, anche di gestione della chiesa, di una curia profondamente allargata divisa in ambiti e settori che potessero raccogliere il senso del territorio, a partire dal territorio: è cambiata la prospettiva. 

Tant’è che il modello che la chiesa locale sta vivendo attraverso i suoi responsabili, che sono i vicari episcopali, sono i delegati, sono i vicari foranei, sono i vicari di settore, sta diventando un modello anche per ambiti civili, perché lei sa bene che stiamo vivendo questo impegno con tutta la parte alta della Tuscia dove l’ultimo incontro con dodici sindaci dettava proprio questo: quello che state facendo ci convince. Sentir dire che la nostra scelta convince a livello civile dovremmo avere la sensibilità di comprendere che a livello ecclesiale è proprio quella profezia di cui c’era bisogno. Dicevo il segreto dei collaboratori perché tante attività culturali sociali caritative socio politiche dal punto di vista dei vari interessi in cui è coinvolto il territorio di cui la chiesa non può non farsi carico. L’ultimo ad esempio è la visita pastorale alla cittadella della salute, dove veramente si è vissuto un momento di grande intensità. 

Questa vicinanza, questa presenza, ma questa sollecitazione a non sentirsi soli e isolati, a guardare i bisogni del territorio sta rendendo la nostra realtà ecclesiale quasi un tavolo di dialogo per poter interagire e affrontare i problemi. È nato l’osservatorio, che coinvolge l’Università, le comunità montane, i parchi, i sindaci dell’alta Tuscia, ma coinvolge ovviamente la realtà ecclesiale. Questo profondo dialogo era quello che io cercavo per dimostrare che dire chiesa e dire realtà dell’uomo è dire la stessa cosa. Dove però la chiesa come responsabilità porta un messaggio, come dicevo per Papa Leone, che detta il corso. Non a caso ho firmato la lettera di Natale scritta alle comunità ‘vostro testimone e guida’. 

Testimone perché cerco con la vita di mostrare la coerenza di ciò che diciamo nell’impegno per gli altri, e guida per dettare con chiarezza quali sono le luci e le ombre su cui bisogna incidere. Dopo tre anni posso raccontare con grande lucidità e con gioia la risposta del territorio, le persone, i sacerdoti con la fatica di un cambiamento di mentalità, ma la generosità con cui hanno condiviso un progetto faticoso, non semplice. Si sono accorti che quello che stanno vivendo da tre anni è quello che la chiesa vuole dopo il sinodo”.

Il vescovo Orazio Francesco Piazza

Il vescovo Orazio Francesco Piazza


Un’altra piccola rivoluzione nella diocesi di Viterbo, che comprende 35 comuni su 59 della provincia, in un territorio molto vasto, riguarda la creazione di comunità pastorali. Dopo quella di San Martino al Cimino Tre Croci e Tobia, lo scorso anno ha voluto creare quella di Edera, Paradiso e Quercia. Recentemente ha dichiarato che ne saranno create altre. Quale sarà la prossima? Ce ne sarà una anche nel centro storico che si sta progressivamente svuotando di residenti ?
“Sono rimasti pochi residenti nel centro storico, con tutti i pregi e i difetti. Io ripeto sempre che un centro storico è bello quando consente la qualità della vita. Non è un museo da visitare, ma è un museo da vivere. Anche chi abita il centro storico fa parte di quella realtà che il visitatore incontra. Per cui ho invitato spesso i residenti ‘siate accoglienti siate gioiosi con le persone che vengono a visitare la nostra Viterbo’. 

Una condizione deve essere chiara : nulla è imposto dall’alto. Questa esigenza di fusione delle singole parrocchie nelle unità territoriali è un fatto che nel 2026 verrà pienamente realizzato, per cui ce ne saranno diverse altre nelle cinque foranie, quindi anche a Viterbo. Questa scelta è stata condivisa anche con le realtà civili, perché l’unione tra parrocchie non sarà solo per l’esercizio dei sacramenti, ma anche per la vita pastorale, dai Grest alla formazione, vedranno unite comunità che già di per sé o per motivi di svuotamento degli abitanti o di invecchiamento o di carenze strutturali si unificano in una gestione che consente a tutti il beneficio di poter vivere il servizio ecclesiale”.

Qual è la situazione della chiesa di Viterbo? Quanti aspiranti sacerdoti sono oggi in seminario?
“Io sono contento della situazione che abbiamo. C’è un seminarista che sta completando la sua formazione con un’esperienza molto forte presso alcune istituzioni di servizio caritativo a Roma, per comprendere il mondo dell’immigrazione delle povertà, ma con un’altra prospettiva, non come la nostra, ma delle grandi città, con quello che significa anche attrezzarsi per un servizio, per un’esperienza personale per ritrovare la vita con tutte le sue fragilità. Se Dio vorrà a distanza di un anno quasi potremo avere un sacerdote. Ce ne sono due in cantiere che stanno camminando, e sono molto contento del percorso che stanno facendo. Se Dio vorrà nel propedeutico ci saranno altri ingressi. Per cui si sta svegliando…”

La chiesa oggi che strumenti ha e adotta per parlare alla gente, soprattutto alle nuove generazioni?
“Da una chiesa di servizi dobbiamo trasformarla in una chiesa di esperienze. L’esperienza di unificazione delle cresime ha incontrato molte resistenze ad esempio, ma si è trasformata in una grande opportunità. Andare a incontrare i giovani di tutte le foranie prima e poi il giorno della cresima ha fatto sì che i giovani vedessero il vescovo in un contesto che non fosse solo celebrativo, come i sindaci con cui condivido momenti di tipo culturale, economico e sociale. Ma non solo il vescovo, perché i parroci stanno vivendo la stessa esperienza.
Dobbiamo non solo prendere atto delle difficoltà, ma provare sentieri per tentare risposte. Prima si bussava alla porta del parroco per chiedere, ora si vive un’esperienza condivisa. Condividere la chiesa è condividere la vita: è una chiesa che vive tra le famiglie”.

Santa Rosa - La messa solenne - Il vescovo Orazio Francesco Piazza

Santa Rosa – La messa solenne – Il vescovo Orazio Francesco Piazza


I dati ci restituiscono un paese Italia sempre più povero, con l’aumento di situazioni di disagio. Un disagio economico che diventa anche un disagio sociale. Qual è la situazione a Viterbo? La Caritas diocesana, pur molto attiva e presente sul territorio, riesce a sopperire alle difficoltà?
“Questa sarà una ferita sempre aperta. Caritas e anche il progetto sociale Policoro che sono fiero di dire ha collocato 23 giovani in due anni, in questo dialogo tra le aziende e i giovani, sta facendo tanto, ma la povertà è in crescita. Lanciavo l’appello lo scorso anno dicendo che ci sono molti poveri invisibili. Portarli alla visibilità significa creare strutture che purtroppo la Caritas non ha a sufficienza. Oltre all’8 per mille, la Caritas ha a disposizione il volontariato e alcune industrie che mettono a disposizione alcuni beni, ma è talmente in aumento la povertà che non ce la si fa. Il nostro hospice accoglie 22 persone ogni notte. Gli altri dove stanno? Per strada. Non si tratta semplicemente poi di dargli solo un tetto, ma un’assistenza dignitosa. Qui la sinergia con le istituzioni sarebbe decisiva. Questo è un aspetto importante su cui dovremo in futuro accendere un focus”.

Il vescovo Orazio Francesco Piazza


Lei è a Viterbo da tre anni. I vescovi a 75 anni terminano abbastanza tassativamente il proprio mandato. In questi tre anni che le rimangono a Viterbo cosa vorrebbe riuscire a fare ancora? E cosa ci terrebbe restasse dopo di lei?
“Mi preme dire innanzitutto che sono innamorato del territorio, è stato un innamoramento a prima vista, e questo si è confermato nel tempo. Sono nel guado. Sono al passaggio del guado che mi fa pensare che fra tre anni dovrò lasciare. È un pensiero che mi accompagna, ma non è un pensiero che mi limita. Lo ricordo ai sacerdoti per un principio di chiarezza. E la ringrazio perché questa è una domanda molto bella e anche molto delicata. 

Mi preme consolidare il cammino che stiamo facendo non con la prospettiva che chi verrà dopo di me dovrà per forza mantenere questa struttura, ma poiché è una struttura che la chiesa italiana vuole, io mi auguro che chi verrà dopo di me potrà dire: hanno lavorato secondo quanto veniva richiesto. Poi avrà la facoltà di mettere in campo la sua scelta con la propria sensibilità. Ognuno ha la sua di sensibilità. Mi preme portare avanti questo cambiamento strutturale, mi preme che le foranie e le unità territoriali siano concrete, mi preme preparare e predisporre le persone perché possano con maggiore serenità accompagnare questi cambiamenti di mentalità, anche perché mentre noi stiamo lavorando in questa direzione la chiesa dei servizi esiste ancora e le persone pensano che bisogna avere tutto sotto casa. Magari possono andare alla posta, in un’istituzione, ad andare a fare la spesa in un supermercato, poi non pensano che per fare comunità ci si deve anche spostare”.

La sua empatia, il suo spirito campano sempre aperto al sorriso, alle battute, all’incontro con le persone, sta segnando e caratterizzando la sua presenza in città e in diocesi. Lei è un vescovo vicino alla gente. Per questo le chiedo: cosa vorrebbe dire augurare ai cittadini di Viterbo e della diocesi per il 2026 in arrivo?
“I motivi per cui avere il volto scuro e preoccupato sono tanti, che sorridessero di più perché il sorriso apre il cuore e dispone meglio alla vita”.

Irene Temperini


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7 gennaio, 2026

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