Tribunale - Tragedia a Mammagialla - Sono imputati di abuso dei mezzi di correzione in concorso - Ci sono i tempi per chiudere il processo di primo grado
Viterbo – (sil.co.) – Penitenziari a processo per il presunto schiaffo a Hassan Sharaf poco prima che si impiccasse in cella d’isolamento, ci sono i tempi tecnici per arrivare a una sentenza di primo grado. La discussione è stata rinviata al prossimo autunno dal giudice Giovanna Camillo dopo la verifica dei tempi di prescrizione del reato di abuso dei mezzi di correzione in concorso contestato ai due imputati, difesi dall’avvocato Giuliano Migliorati. Parti civili, oltre all’associazione Antigone, la madre, la sorella e un cugino, difesi dagli avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano, sostituiti all’udienza dalla legale Katia Camilli.

Mammagialla – Hassan Sharaf (nel riquadro) chiede aiuto dopo essersi procurato dei tagli alle braccia
Otto anni fa la tragedia. Hassan Sharaf è il detenuto 21enne egiziano morto il 30 luglio di otto anni fa all’ospedale Santa Rosa di Viterbo dopo una settimana di agonia. Nel primo pomeriggio del 23 luglio 2018 si era impiccato in una cella d’isolamento della casa circondariale Nicandro Izzo, dove era stato condotto in stato di grandissima agitazione soltanto poche ore prima.
Medicinali proibiti in cella. A Mammagialla era stato trasferito il 7 giugno 2017 dal carcere romano di Regina Coeli, dove era stato aggredito dal compagno di cella. Il 23 luglio 2018 era scattata per lui la sanzione disciplinare di 15 giorni d’isolamento, perché il precedente 20 marzo aveva opposto resistenza – secondo la penitenziaria, facendosi male – alla perquisizione della sua cella, dove erano stati trovati un telefono e medicinali proibiti.
Maltrattamenti in carcere. Quattro mesi prima di morire, il 20 marzo 2018, Sharaf e il compagno di stanza avevano parlato coi collaboratori del garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, lamentando maltrattamenti durante la perquisizione, mostrando loro i segni che aveva sul corpo da riferita aggressione da parte di terze persone, che gli avevano procurato anche una lesione al timpano.
La versione degli imputati. “Nessuno schiaffo in faccia a Hassan Sharaf, nè tantomeno la testa sbattuta contro il muro”. All’udienza dello scorso 1 aprile, ha difeso così se stesso e l’altro imputato l’allora responsabile del reparto d’isolamento del carcere di Mammagialla, oggi 57enne. Una versione confermata dal presunto autore materiale dello schiaffo, un agente 52enne che avrebbe affrontato il detenuto indossando della guanti di lattice nero. “Sono una protezione, non sapendo con chi abbiamo a che fare e cosa può succedere”, ha spiegato l’imputato rispondendo alle domande dei legali di parte civile.
Movente il tabacco. È stato lui a chiamare il responsabile perché Sharaf dava in escandescenze per non avere ricevuto il tabacco al suo ingresso in isolamento per scontare una sanzione disciplinare. Sulle pareti della cella, il 21enne, prima di impiccarsi, aveva graffito “Allah Akbar”, non perché fosse radicalizzato ma come una sorta di preghiera. Poco prima aveva usato un pezzo di plastica rotto da una radiolina per tagliarsi a sangue gli avambracci davanti alla penitenziaria, che per recuperarlo, secondo l’accusa, lo avrebbe schiaffeggiato per poi chiudere il blindo della cella.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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