Perugia – L’ultimo disperato appello di Gino Pucciarelli: “Ho un dolore immenso, mi fa impazzire”. L’architetto viterbese di 49 anni morto all’ospedale Silvestrini di Perugia, chiede aiuto su Whatsapp ai medici che lo hanno operato alle tonsille.
“Troppo dolore in gola. Mi fa impazzire un altro giorno così. Sto troppo male”, scrive Pucciarelli a Maria Cristina Cristi, la dottoressa viterbese indagata per omicidio colposo insieme ad altri quattro medici del Silvestrini: il primario del reparto di otorinolaringoiatra Giampiero Ricci, il chirurgo Luigi Giuseppe Gallucci, l’anestesista Carla Monacelli e l’otorinolaringoiatra Paolo Pettirossi. Per la pm Gemma Miliani, hanno causato la morte di Pucciarelli per “negligenza, imprudenza e imperizia”.
L’architetto, dimesso subito dopo l’operazione, nonostante la “pressione alta”, si sente male a casa. I medici prima lo tranquillizzano, poi lo fanno rientrare per una seconda operazione. “Non puoi lagnarti 24 ore su 24 – risponde Cristi -. Se vedi più sangue, parti. Sennò immobile e fai il malato. Oggi andrà meglio. Se non ce la fai, ti ricovero e fai le terapie in vena”.
Pucciarelli viene operato il 3 luglio 2015. Subito dopo l’intervento e ancora in sala operatoria, viene immortalato nel selfie di due dottoresse che fanno la V con le dita, davanti al paziente ancora semincosciente sul lettino. La sera prima, la cena a casa di Cristi, con un paio di specializzandi. I medici fanno uscire Gino di nascosto dall’ospedale. E’ già ricoverato, ma fuori c’è una Fiat Punto ad aspettarlo. “Alle 20,22 – scrive Cristi alle 16,37 del 2 luglio – troverai una Punto grigia alla rotatoria dell’ospedale. In macchina non troverai nessuno, ma salirai e indosserai la benda che è sul sedile posteriore. Il pilota arriverà una volta che sarai bendato, e ti condurrà in un luogo sicuro per la cena. Quando esci dal reparto, non avvisare nessuno e non voltarti. Se qualcuno ti chiama, inizia a correre. Non voltarti mai”. Il messaggio su una chat di gruppo su Whatsapp. Il medico viterbese l’ha chiamata ‘Rapimento Gino’.
Quella sera mangeranno pasta cacio e pepe, berranno vino rosso e prosecco. Prodotti che avevano fatto comprare allo stesso Pucciarelli, quando era già ricoverato e organizzando una prima uscita dall’ospedale. La cena, e poi il passaggio in un pub per una birra. E tutto “nonostante la prescrizione preoperatoria del digiuno”, scrive la pm Miliani nell’avviso di chiusura indagini contro i cinque medici.
Tredici giorni dopo la prima operazione, il 16 luglio 2015, Pucciarelli muore a causa delle complicanze dell’intervento. Una vicenda drammatica, che si può rileggere in tutti i suoi retroscena grazie alle indagini difensive dell’avvocato Luca Mecarini e dell’ingegnere Paolo Reale, perito che ha analizzato il telefonino dell’architetto e ne ha estratto tutte le chat di quel periodo. Pucciarelli è morto nello stesso ospedale da cui i medici l’avevano fatto scappare per la cena cacio e pepe.
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I funerali di Gino Pucciarelli: video – fotocronaca – slide
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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