Viterbo – “La banda di Corchiano ispirò il brano dell’ingresso in scena di Benigni in Tutto Dante”. Un grandioso Nicola Piovani chiude Caffeina 2017. Il compositore e premio Oscar ha regalato piccoli grandi tesori musicali e intrattenuto il pubblico di piazza san Lorenzo con le note e le parole. Ha comunicato la bellezza. Quelle delle colonne sonore che hanno accompagnato le scene dei film più belli degli ultimi anni.
Una storia musicale raccontata dagli strumenti sul palco: pianoforte, contrabbasso, clarinetto, sassofono, batteria, chitarra, violoncello e fisarmonica. Ha ripercorso le sue collaborazioni professionali e tenuto gli spettatori con lo sguardo incollato sul palco.
“La musica è pericolosa – ha esordito Piovani riferendosi al titolo dello spettacolo – lo diceva sempre Fellini, aggiungendo che poteva ascoltare musica solo quando lavorava perché il lavoro gli faceva da scafandro. Gli bastavano poche note per fargli venire gli occhi umidi. Ne ho avuto la testimonianza”.
Piovani racconta della genesi del tema principale di ‘Intervsita’ che ha eseguito mentre sullo sfondo passavano le immagini di Fellini. Poi omaggi a ‘Speriamo che sia femmina’ e ‘Il Marchese del Grillo’ di Mario Monicelli.
“La musica è pericolosa – ha continuato Piovani – e lo sapevano gli antichi greci che alla musica hanno dedicato dei personaggi: Orfeo che è il primo cantautore di cui abbiamo notizia. Poi lo fanno in maniera inquietante le sirene che cantavano in modo talmente che chi le ascoltava si fermava nella loro isola”. Sullo schermo, intanto, le illustrazioni dei personaggi mitologici, fatte da Milo Manara.
Una parentesi che ha ispirato l’esecuzione di ‘Partenope’ e ‘La danza dei sette veli’.
“La musica è pericolosa – ha continuato Piovani – come sono pericolosi tutti gli incontri con la bellezza vera, quelli dopo i quali non sei più lo stesso di prima: può succedere coi romanzi, con le poesie. C’è da mettere in conto che sono incontri rischiosi. Rapinosi, come l’amore adolescenziale che ne è l’archetipo. Senza, si vivrebbe tranquillamente, ma io di quella tranquillità faccio volentieri a meno. Per me, questo rischio avviene con la musica”.
I batticuori con la musica, per lui, non sono solo con la grande musica: “Da piccolo, infatti, c’era la banda, quella di Corchiano, dove andavo in vacanza d’estate. Quello sfangareggiare mi piaceva e c’era un momento, quando si sentiva arrivare in lontananza che era un’euforia perché stava a significare che sarebbe arrivato il patrono e che avrebbero sparato i mortaletti. Un’euforia che era anche sulle facce dei grandi che uscivano dai negozi e scendevano in strada.
Quel momento di lontananza-vicinanza me lo sono ricordato e ispirò il brano dell’ingresso in scena di Benigni in Tutto Dante. La sentii un giorno prima di una lectura a Firenze e mi emozionai a vedere il pubblico che, sentendola, capiva che iniziava lo spettacolo, si salutava e si metteva seduto. Come accadeva per la banda”.
Ancora omaggi a ‘Jamon-Jamon’ di Bigas Luna, quindi due trascrizioni di Chopin e poi Debussy.
Le esibizioni dell’orchestra si alternavano alla narrazione. Gli strumenti si inserivano al piano.
Intenso il momento i cui ha parlato di tre canzoni: “Quanto t’ho amato” scritta per “Tutto Benigni”, “Caminito” con la voce di Marcello Mastroianni che ha riecheggiato in piazza san Lorenzo e “Il bombarolo” di De André ispirato alle tre note “mi, fa e sol” delle campane suonate dalle suore d’Ivrea. “Le ricordo aggrapparsi alle corde. Incredibile pensare che avrebbero dato vita a una canzone sovversiva, eversiva anarchica e bolscevica. Avrei dovuto riconoscergli il diritto d’autore“, ha scherzato Piovani.
Un lungo applauso ha salutato il maestro che ha lasciato il palco non prima di concedere il bis con il motivo della “Vita è bella”.
“Questi applauso mi è gradito – ha detto – . È bello andare a suonare dal vivo. C’è chi ha detto che tutto ciò che non passa in televisione non esiste. Questo modo di fare musica, danza, prosa, poesia, dal vivo, in maniera teatrale, questo modo di fare arte ha alle spalle qualche millennio e mi auguro che tra qualche secolo ci sia qualcuno che, in carne ed ossa, ascolti qualcuno che parla in carne e ossa, in un luogo fisico.
Noi stasera non siamo esistiti e sono felice di queste due ore di inesistenza che ho passato qui con voi a Viterbo. Questo applauso lo rigiro a chi ha detto questo massima”.
Quindi ancora un brano e ancora “Quanto ti ho amato”… del resto… “in amore non contan le parole, conta la musica…”.
Paola Pierdomenico
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