Viterbo – Una mano che apre la porta. Sbuca dalla fessura. Prende una busta con dentro i pizzini. È la mano di Bernardo Provenzano.
Tre poliziotti, stipati in tre metri quadrati, la fissano da un gabbiotto dell’Enel. L’emozione rischia di esplodere in urla ma Renato Cortese non lo permette. “Ho faticato per tappare la bocca ai miei uomini”, dice il questore di Palermo, allora capo della sezione catturandi della squadra mobile. L’onere del sangue freddo spettava a lui.
“Non potevamo sbagliare: Provenzano era già scappato. Non dovevamo essere noi a dargli altre vie di fuga”.
Dal palco viterbese di “Ombre festival”, Cortese racconta l’11 aprile 2006, giorno del blitz che riconsegna alla giustizia il più ricercato dei capimafia. Quarantatré anni di latitanza e un gruppo di uomini – il Gruppo Duomo – che, dal ’98, ha osservato, pedinato, intercettato e incrociato dati per arrivare a un casolare a Montagna dei cavalli, nella campagna corleonese. E dire che avevano tra le mani solo una foto segnaletica del ’63. Un castello di indagini costruito dal niente. Mattoni di tenacia. Finché la lunga strada dei pizzini non li porta nel covo del boss.
“Era sempre chiuso – continua Cortese – non filtrava mai la luce. Lo abbiamo fissato per giorni e nessun segnale, pensavamo di aver sbagliato”. L’11 aprile, però, qualcosa si muove. “Un produttore di ricotte va al casolare con un sacchetto in mano. Bussa. La porta si apre e compare la mano. Poteva essere solo di Provenzano: i pizzini della moglie e dei figli erano partiti quattro giorni prima ed erano in quel sacchetto. Tempo di un briefing e siamo andati”.
Alle spalle di Cortese, del prefetto di Bologna Matteo Piantedosi, della moglie del caposcorta di Falcone Tina Montinaro e del segretario generale del Sindacato italiano lavoratori della polizia di Stato (Siulp) Felice Romano scorrono le immagini di “Scacco al Re”, la docu-fiction sulla cattura. Piazza del Comune respira la stessa adrenalina di quegli uomini fatti di voce, occhi e passamontagna che vanno a prendere Provenzano.
È Renato Cortese a sfondare la porta e a trovarsi per primo faccia a faccia con “Binnu”: il boss è un vecchio dai lineamenti rilassati, i rosari al collo, la traccia perenne di un sorriso indecifrabile. “In quel bunker c’era tutto di lui. I pizzini. La Bibbia. La cicoria che gli piaceva tanto. Non ci eravamo mai visti, ma mi sembrava di conoscerlo da sempre per quanto lo avevamo studiato da vicino”.
Quel giorno si fa la storia: sotto la questura c’è mezza Palermo che esulta. Non era scontato. Quando presero Brusca, nel ’96, Cortese trovò solo qualche poliziotto sotto gli uffici ad applaudire: “Mancava la gente – ricorda il questore -. La gente non c’era”. E ha nella voce la stessa amarezza di quando pensa all’inizio di quelle ricerche: “Ci dicevano che non lo cercavamo. O peggio ancora, che non lo volevamo trovare”.
“Cos’è cambiato?”, chiede il direttore del festival Alessandro Maurizi dal palco. È cambiato tutto: Palermo, l’Italia, la mafia. Dalle stragi al silenzio. Dal tritolo al business. Da Riina a Provenzano. Mentre l’opinione pubblica cresceva e si indignava.
“Siamo passati dal negazionismo alla consapevolezza – riconosce il numero uno del Siulp Felice Romano – ma non basta ancora: anche se abbiamo uno tra i migliori sistemi di polizia al mondo, l’unico ad aver sconfitto il terrorismo nostrano, bisogna fare di più. Aggredire i patrimoni. Assegnare i beni confiscati”.
“Dall’arresto di Provenzano alla morte dignitosa di Riina” è il titolo dell’incontro. E quando il prefetto Piantedosi invita all’unità sul principio della morte dignitosa, Tina Montinaro ricorda a tutti come morì il suo Antonio a Capaci. “Noi abbiamo fatto i funerali con le bare chiuse perché non era rimasto niente. Ma sono la prima a riconoscere che chi è in carcere ha diritto a una morte dignitosa. Tutti però. Non solo Totò Riina. Che va curato e assistito. Ma lì dentro. In carcere. Perché altrimenti la giustizia non c’è”.
Stefania Moretti
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