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Viterbo - Nei guai Antonio Loria, 58 anni, titolare di una pizzeria in centro - Per l'accusa è il basista della rapina - 415 bis anche a una donna

Colpo alla gioielleria Bracci, indagati il boss Giuseppe Trovato e un ristoratore

di Silvana Cortignani
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Antonio Loria

Antonio Loria

Antonio Loria

Antonio Loria

Giuseppe Trovato

Giuseppe Trovato

Rapina alla gioielleria Bracci (nei riquadri Giuseppe Trovato e Antonio Loria)

Rapina alla gioielleria Bracci 

Viterbo – Colpo alla gioielleria Bracci, indagati il boss di mafia viterbese Giuseppe Trovato e un noto ristoratore del capoluogo, Antonio Loria.

Entrambi sono stati raggiunti dal 415 bis per concorso in rapina aggravata. Il ristoratore anche per spaccio di cocaina, acquistata e detenuta per cederla a diverse persone, tra cui un avvocato, tra marzo e ottobre 2018.

Con Loria e Trovato, quest’ultimo difeso come sempre dall’avvocato Giuseppe Di Renzo, ha ricevuto l’avviso di fine indagini anche una delle due donne che facevano da palo. Si tratta di Jenela Grancea, una 24enne d’origine polacca residente a Perugia, cui viene contestato anche il concorso nella detenzione illegale della pistola usata durante il colpo a mano armata, sfociato in una sparatoria che poteva finire in tragedia, il 14 marzo 2018 in centro. 

Nei guai, oltre a Trovato, nato 45 anni fa a Lamezia Terme in provincia di Catanzaro e attualmente detenuto nel carcere di Nuoro, all’epoca titolare di tre compro oro a Viterbo, è finito anche Antonio Loria, 58 anni, originario di Mercato San Severino in provincia di Salerno. Attivo da 11 anni nel capoluogo, Loria è il titolare di una pizzeria nel cuore del centro storico di Viterbo, “Anima e core”, in via San Lorenzo, uno dei locali della movida prima che l’emergenza Covid-19 imponesse un brusco stop, tra la fine di febbraio e i primi giorni di marzo, costringendo tutti i gestori ad abbassare le serrande fino alla riapertura del 18 maggio.

Per l’accusa Loria è il basista della rapina a mano armata messa a segno due anni fa da una banda guidata dal pentito di camorra Ignazio Salone alla gioielleria Bracci, tra piazza Verdi e Corso Italia, che ha fruttato ai malviventi un bottino di oltre centomila euro tra contanti e preziosi. 

Quattro gli esecutori materiali arrestati in meno di 24 ore dai carabinieri, due uomini e due donne. Hanno fatto irruzione nel negozio Ignazio Salone e Stefan Grancea, mentre le compagne facevano da palo. I due uomini e una delle donne, Elena Grancea, sono stati già condannati per rapina aggravata in concorso, con pene tra i quattro e gli 11 anni e mezzo di carcere.


“Loria basista, approfittando della conoscenza della vittima”

L’avviso di conclusione delle indagini preliminari, che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, chiude a distanza di due anni l’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Franco Pacifici. 

Secondo l’accusa, Loria avrebbe avuto “funzioni di basista e organizzatore, approfittando della conoscenza personale della sua vittima, che gli aveva permesso, in diverse occasioni, di visitare tutti gli ambienti della gioielleria Bracci, compresi quelli solitamente chiusi al pubblico quale il laboratorio”. 

“Sempre Loria – si legge nell’avviso di conclusione indagini – dava precise informazioni sulla conformazione di luoghi e delle stanze dove erano detenuti preziosi e gioielli e l’ubicazione delle casseforti nonché l’indicazione dell’orario – dopo le 13 – in cui dovevano entrare”. 


“Trovato, il pianificatore della rapina”

Giuseppe Trovato avrebbe pianificato il colpo da Bracci. “Pianificatore della fase esecutiva della rapina – secondo il pm Pacifici –  segnatamente fornendo notizie sui locali della gioielleria e sull’ubicazione delle casseforti e le modalità da rispettare per la successiva fuga, promettendo altresì, quanto meno nella fase preparatoria, la partecipazione di due dei suoi uomini per l’esecuzione materiale della rapina, pianificando inoltre sia la strada che avrebbero dovuto percorrere all’uscita della gioielleria che le ulteriori indicazioni del luogo dove avrebbero dovuto lasciare l’auto utilizzata per la rapina”. 


Il boss titolare di tre compro oro pronto a ricettare il bottino

“L’auto usata per la rapina, secondo le indicazioni di Trovato, avrebbe dovuto essere lasciata in via Genova con all’interno la pistola e i preziosi trafugati che sarebbero stati presi in carico da Antonio Loria – si legge ancora nel 415 bis – e da questi consegnati a Giuseppe Trovato, lasciando, in via Genova, degli scooter che sarebbero serviti ai rapinatori per allontanarsi dalla zona”. “Trovato – dice ancora il pm – ha assicurato inoltre che si sarebbe occupato di ricettare i preziosi che avrebbe ricevuto, monetizzandoli al 50 per cento del valore reale e promettendone il pagamento in quattro tranches”. 


Chiesti 20 anni di carcere per mafia viterbese

Trovato è uno dei dieci imputati che hanno scelto il rito abbreviato dei tredici arrestati del blitz Erostrato della Dda di Roma del 25 gennaio 2019 contro una presunta associazione italo-albanese di stampo mafioso attiva a Viterbo tra il 2017 e la fine del 2018. Per lui, e per l’altro presunto boss, Ismail Rebeshi, i pm della Dda di Roma Giovanni Musarò e Fabrizio Tucci hanno chiesto una condanna a venti anni di reclusione con lo sconto di un terzo dell’abbreviato più tre anni di libertà vigilata.

 Il processo, bloccato dall’emergenza coronavirus, riprenderà il primo giugno, con collegamenti in videoconferenza con i dieci diversi istituti di pena dove sono detenuti gli imputati, tra cui il carcere sardo di Nuoro, davanti al gup del tribunale di Roma, giudice Emanuela Attura. Diciannove le parti civili su un totale di 47 parti offese individuate dagli investigatori.


Condannato a otto anni e 9 mesi il pentito Salone

Per la rapina da Bracci, il pentito di camorra Ignazio Salone, 48 anni, originario di Torre del Greco, sta scontando in carcere una condanna a otto anni e 8 mesi, inflitta con lo sconto di un terzo dell’abbreviato in primo grado e confermata in appello. Il cognato Stefan Grancea, un 24enne d’origine romena ma cresciuto in Germania, fratello della compagna di Salone, è stato condannato in primo grado a 11 anni e mezzo di reclusione al termine del processo celebrato col rito ordinario. Una delle due donne, Elena Grancea, è stata condannata a cinque anni e quattro mesi con lo sconto di un terzo delle pena dell’abbreviato in primo grado, pena ridotta a quattro anni in appello. L’altra donna, Jenela Grancea, arrestata e subito rimessa in libertà perché incinta, è rimasta indagata a piede libero, in attesa del 415 bis.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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20 maggio, 2020

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