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Caso Hassan Sharaf - Durissima replica della difesa dei familiari del 21enne suicida alla richiesta di proscioglimento del procuratore Paolo Auriemma

“Pestaggi a Mammagialla, la procura non poteva non sapere che è un carcere lager”

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Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf

Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf

Il procuratore capo Paolo Auriemma

Il procuratore capo Paolo Auriemma

Perugia – (sil.co.) – Pestaggi a Mammagialla e caso Hassan Sharaf, a ottobre la prossima udienza davanti al gup del tribunale di Perugia per il procuratore capo della repubblica Paolo Auriemma e la sostituta Eliana Dolce.

Per entrambi, dopo una prima richiesta di archiviazione da parte della procura del capoluogo umbro respinta dal gip, a fine giugno c’è stata da parte del pm la richiesta di non luogo a procedere perché il fatto non sussiste.

Durissima la replica del difensore di parte civile dei familiari di Hassan Sharaf, avvocato Michele Andreano, secondo cui i due magistrati meritano il rinvio a giudizio per le presunte omesse indagini sulle condotte della polizia penitenziaria della casa circondariale di Viterbo in seguito alla denuncia dell’8 giugno 2018 del garante dei detenuti Stefano Anastasia.

Denuncia che ha preceduto di un mese e mezzo il suicidio di Sharaf in una cella d’isolamento dopo essere stato schiaffeggiato sotto gli occhi delle telecamere da due agenti finiti a processo per abuso dei mezzi di correzione.

“Debbo dire – ha sottolineato Andreano al gup – che io mi ero speso nelle memorie per poter rappresentare alla signoria vostra come la polveriera che noi abbiamo chiamato nell’esposto lager e lo riconfermiamo, lager del carcere di Viterbo, è un fatto notorio e che era impossibile che la procura della repubblica non sapesse che lì c’è una situazione che non è quella di un carcere normale, e non lo dice l’avvocato Andreano, lo dice addirittura una speciale Commissione della Comunità Europea, che ha individuato Viterbo unitamente purtroppo ad altre due strutture carcerarie italiane ma in particolare Viterbo uno dei carceri dove la tortura si applica diciamo così con una certa frequenza”.

E poi ancora cordoglio per la morte del detenuto 21enne egiziano che “non doveva trovarsi a Mammagialla” quando si è tolto la vita, pochi mesi dopo avere denunciato al garante, come altri detenuti, di essere stato vittima di un pestaggio da parte degli agenti della penitenziaria.

Parte civile anche il garante dei detenuti Stefano Anastasia, il gup Angela Avila ha accolto anche la richiesta di costituzione del ministero della giustizia e della presidenza del consiglio dei ministri, pronti a chiedere complessivamente un risarcimento record di un milione e 400mila euro, 700mila euro a testa, ai due magistrati viterbesi. 

“Noi possiamo non fotografare quello che è accaduto – ha proseguito Andreano, che assiste i familiari di Sharaf col collega viterbese Giacomo Barelli – questo ragazzo stava là dentro per dieci euro di fumo nell’ultima parte della sua vita, e questo ragazzo non doveva stare lì perché il 5 maggio del 2018 era arrivato dal magistrato di sorveglianza (…) l’ordine di trasferimento immediato e allora, io dico, se è vero che avete fatto questa riunione a luglio (…) e avete tirato su dei documenti, le cartelle cliniche sanitarie, ma non avete visto che lì non ci doveva stare?”.

“Non c’è stato mai nessun timore da parte della procura della repubblica di Viterbo di perseguire tutti i fatti che si ipotizzavano a carico e della polizia penitenziaria e dei funzionari del ministero della giustizia che si occupavano del Dap dell’amministrazione penitenziaria”, ha sottolineato dal canto suo, rilasciando spontanee dichiarazioni, il procuratore Paolo Auriemma.

“Procedimenti in fasi diverse non possono essere riuniti (…) parlo della vicenda Sharaf (…) – ha puntualizzato Auriemma – si legava a delle presunte lesioni che poi si sono scoperte essere state causate in sede di resistenza compiuta dalla Sharaf con richiesta d’archiviazione da parte del collega titolare del fascicolo. Quindi bisognava capire quali e quanti fatti disomogenei tra di loro e complessi tra di loro fossero pendenti e quindi un accertamento che era dovuto”.


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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8 settembre, 2023

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