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Viterbo – Quattrocento metri in più sulle spalle, sulla schiena e sulle gambe. L’andata in lieve discesa, la girata e il ritorno in salita. E poi la preoccupazione della novità e l’ansia di dover affrontare quello che nessuno aveva più compiuto da 62 anni a questa parte (fotogallery – slide).
Via Marconi. Un lungo tratto aggiuntivo al percorso della Macchina di santa Rosa. Un terzo in più di tragitto, che i facchini hanno voluto regalare ai viterbesi in occasione del riconoscimento Unesco.
Perché tutto andasse per il meglio l’attenzione è stata al massimo fin dall’inizio. Il primo “Sollevate e fermi” è arrivato pochissimi minuti dopo le 21 e da lì a piazza del Teatro non c’è stata nemmeno una sbavatura.
Alle 22,40 la Macchina sosta ai piedi della salita che porta alla basilica di santa Rosa. Ma il traguardo, quest’anno, è ancora lontano. Prima c’è via Marconi.
Fiore del Cielo viene accompagnata dalla voce ferma e imperiosa del capofacchino Sandro Rossi di fronte al punto in cui via Matteotti si immette su piazza del Teatro. Già questa è una grossa novità. Nessuno aveva mai visto la Macchina lì, almeno non negli ultimi sessant’anni, e quella sosta, così insolita, è solo l’antipasto dello spettacolo unico che seguirà.
La stanchezza comincia a farsi sentire, ma i facchini non mollano. Hanno ancora in testa il discorso di Sandro Rossi al boschetto dei frati Capuccini, dopo il ritiro con i familiari.
“Quello che facciamo oggi è un’impresa che rimarrà nella storia – aveva detto Rossi poche ore prima – e verrà ricordato per sempre. Ma non c’è libro, articolo di giornale o ripresa televisiva, che potrà mai raccontare davvero a chi oggi non c’è, le emozioni che provate. Siete voi che dovete raccontare ai vostri figli cosa avete fatto e perché. Se tutto questo verrà tramandato di generazione in generazione, allora sì che resterà vivo nei cuori dei viterbesi”.
Alle 22,50 il capofacchino chiama i suoi uomini e li fa disporre ai loro posti. Tutto è pronto, quello che fino a ieri era solo un’idea, sta prendendo forma concretamente. La Macchina di santa Rosa si alza ed entra in via Marconi. Il viale è largo, nulla a che vedere con il Corso dove i centimetri sono contati, eppure Fiore del Cielo sembra starci stretta. O forse no, forse sembra più imponente proprio perché quel tratto non lo aveva mai percorso. Come un generale che entra in un territorio appena conquistato, con lo sguardo fiero di chi ha ottenuto qualcosa di incredibile.
La folla acclama la Macchina quando passa di fronte alla Banca d’Italia e ai terrazzi, vestiti a festa con gli stendardi del sodalizio dei facchini di santa Rosa. Tutto è nuovo e bellissimo.
Piazza della Repubblica è stracolma. Quando all’altezza del monumento ai facchini viene compiuta la girata il pubblico esplode in un applauso scrosciante. I facchini la appoggiano sui cavalletti e Fiore del Cielo spara in aria un vortice di petali rossi. E’ un momento storico, gli abbracci si sprecano e l’emozione è più forte della fatica.
Ma non è finita, manca il ritorno, che è ancora più difficile per la leggera pendenza in salita. La prima metà, però, è andata così bene che il resto ormai è scontato. Il cordone umano, attaccato davanti alla Macchina, funziona alla perfezione. In un attimo sono tutti di nuovo a piazza del Teatro, fieri dell’impresa compiuta e pronti, finalmente, all’ultimo sforzo verso la basilica di santa Rosa.
Si attaccano le leve e le corde. Ora manca la salita, ma il capolavoro che Sandro Rossi si aspettava dai facchini è già stato fatto. E lui, poco prima che alzino la Macchina di nuovo, vuole ringraziarli a modo suo ricordando a loro e a tutti i viterbesi, il motivo di tutto questo. “Per santa Rosa, con santa Rosa, a santa Rosa!” urla il capofacchino.
Da lì all’arrivo è davvero un attimo. Quando tutto è compiuto c’è solo tempo per festeggiare e per abbracciarsi. Ma Sandro Rossi ripete ancora una volta quello che aveva detto nel pomeriggio: “E’ stata un’impresa, raccontatela ai vostri figli”.
Francesca Buzzi
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