Viterbo – “Appalti Led, ridate gli atti ai pm e ricominciamo da capo”. E’ l’eccezione sollevata in aula dall’avvocato Gabriele Cofanelli per la posizione del suo assistito: Luca Tramannoni, dirigente della Cpm Gestioni termiche di Recanati (Macerata), imputato, insieme al fratello Alessandro e al direttore commerciale di area Tirrenica Massimiliano Sanzogni, nel cosiddetto processo “Led”.
La vicenda riguarda i presunti appalti truccati per il riscaldamento e l’illuminazione pubblica, banditi nel 2014 da tre comuni della Tuscia: Civita Castellana, Grotte di Castro e Villa San Giovanni in Tuscia. L’accusa contestata è turbativa d’asta.
Secondo i pm titolari dell’inchiesta, Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, la Cpm si sarebbe aggiudicata una serie di gare d’appalto con procedure non proprio trasparenti, tra capitolati scritti insieme agli imprenditori e consigli su come impostare l’offerta per vincere.
Per Sanzogni e i Tramannoni, la procura di Viterbo ha chiesto e ottenuto il giudizio immediato. E da qui parte l’eccezione sollevata ieri dall’avvocato Cofanelli. “La richiesta di giudizio immediato dei pubblici ministeri – dice il legale in aula – non è stata presentata nei tempi stabiliti. Chiedo un passo indietro, fino alla trasmissione degli atti ai pm. Insomma, è tutto da rifare”.
Il giudice Silvia Mattei scioglierà l’eccezione il prossimo dicembre.
Dopo l’operazione di carabinieri e forestale, Sanzogni e i Tramannoni finiscono ai domiciliari. Il 6 giugno scorso, il tribunale del Riesame ha però accolto il ricorso degli avvocati contro la decisione del gip di non revocare l’arresto. Dopo quasi quattro mesi da reclusi in casa, i tre sono tornati liberi. Per loro solo il divieto di dimora nel Lazio.
Tra gli appalti incriminati il più succulento era quello di Civita Castellana. Valore complessivo: 4,7 milioni di euro per 15 anni e la possibilità, secondo gli investigatori, di aumentare la posta in gioco fino a circa 700mila euro annui dai 315mila euro iniziali.
Una prima gara, con importo da 2,5 milioni, andò deserta. La seconda, maggiorata a oltre 4 milioni e mezzo, imponeva tempi stretti se non si voleva rischiare di perdere il finanziamento regionale.
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