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Tribunale - Operazione Led - Nessun appalto truccato secondo l'ingegnere che ha curato la relazione da sottoporre a Sviluppo Lazio: "Fu una corsa per ottenere i finanziamenti europei"

“Nessuna gara pilotata, solo tempi stretti e impianti di illuminazione fatiscenti”

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Operazione Led - Gli arrestati - Alessandro Tramannoni

Alessandro Tramannoni

Operazione Led - Gli arrestati - Renzo Tramannoni, presidente della Cpm

Renzo Tramannoni, presidente della Cpm

Massimiliano Sanzogni, direttore commerciale Area Tirrenica della Cpm

Massimiliano Sanzogni, direttore commerciale Area Tirrenica della Cpm

Viterbo – (sil.co.) – Operazione Led, davanti al giudice Silvia Mattei sfilano i testimoni della difesa al processo scaturito dall’inchiesta su tre appalti per l’illuminazione pubblica e impianti termici che sarebbero stai pilotati da altrettante pubbliche amministrazioni per favorire una ditta.

Nessuna accusa di corruzione, ma solo di turbativa d’asta nei confronti dei tre imputati del filone principale. 

Al centro delle indagini tre gare pubbliche, tra il 2014 e il 2015, a Grotte di Castro, Villa San Giovanni in Tuscia e l’illuminazione pubblica a Civita Castellana. A processo, per turbativa d’asta, sono finiti i fratelli Alessandro e Luca Tramannoni, rispettivamente amministratore delegato e socio della Cpm Gestioni termiche di Recanati (Macerata), e il direttore commerciale di Area Tirrenica Massimiliano Sanzogni. 

I tre imputati furono arrestati nel blitz del 17 febbraio 2016. Decine gli indagati in almeno 4-5 filoni d’inchiesta dai quali potrebbero scaturire a breve altri processi, tra i quali due testi che ieri si sono avvalsi per questo della facoltà di non rispondere in merito all’appalto per l’illuminazione pubblica di Civita Castellana. 

Assistito dal suo difensore di fiducia, si è invece lasciato interrogare l’ingegnere Piero Peri, incaricato nel 2011 dal comune – guidato all’epoca dal sindaco Gianluca Angelelli al suo primo mandato – di curare l’audit per Sviluppo Lazio sui consumi e l’efficienza degli impianti di illuminazione pubblica e accedere, se la pubblica amministrazione lo avesse ritenuto opportuno e avesse deciso di procedere a gara, ai finanziamenti europei che avrebbero coperto i costi dei primi due anni dell’eventuale appalto decennale.

“Oltre a consumare, gli impianti erano completamente fuori norma, i quadri elettrici senza interruttori differenziali di protezione, molti staccati per evitare che al primo temporale saltassero gli impianti”, ha spiegato.

“Il Comune all’epoca gestiva da solo la manutenzione, servendosi dei suoi addetti e di un’impresa del posto per quella ordinaria. Niente di più, per capirci, del cambio delle lampadine e poco altro. E lì c’era bisogno di ben altro, dai costi eccessivi delle bollette che chiedevano di lavorare a una riduzione dei consumi all’urgente messa in sicurezza degli impianti fatiscenti”, ha proseguito il teste.

Troppo pochi, però, i 170mila euro all’anno individuati per l’appalto decennale. La prima gara andò deserta, per la seconda si ricorse al raddoppio: da due milioni e mezzo a quasi cinque milioni di euro.

“Sia a Civita Castellana che in altri comuni della regione non ci furono offerte, tanto che Sviluppo Lazio, per non perdere i finanziamenti europei, ottenne un paio di proroghe, sollecitando nel frattempo correttivi e di sondare altre imprese, a livello locale, indicendo nuove gare per esternalizzare il servizio. Io fui presente ad alcuni incontri in comune, con un paio di ditte e anche con la Cpm, che già si occuopava degli impianti termici. Intanto Sviluppo Lazio spingeva perché i tempi erano stretti e bisognava fare presto, sennò si rischiava di non farne più niente”.

Nel 2015, il secondo bando andò a buon fine e l’appalto fu aggiudicato all’azienda marchigiana. 


A Civita Castellana l’appalto più succulento

Per i pubblici ministeri Stefano d’Arma e Fabrizio Tucci, titolari delle indagini, la Cpm si sarebbe aggiudicata a raffica le gare con procedure non proprio trasparenti, tra capitolati scritti insieme agli imprenditori e consigli su come impostare l’offerta per vincere.

Tra gli appalti incriminati il più succulento era quello di Civita Castellana, sui cui nel 2014 si accesero i riflettori di carabinieri e forestali. “Il valore complessivo era di 4,7 milioni di euro per 15 anni, e la possibilità di aumentare la posta in gioco fino a circa 700mila euro annui, dai 315mila euro iniziali – ha spiegato nel corso del processo il sovrintendente De Carli, ricapitolando le indagini – una prima gara, con importo da 2,5 milioni, andò deserta. La seconda, maggiorata a oltre 4 milioni e mezzo, imponeva tempi stretti se non si voleva rischiare di perdere il finanziamento regionale”.

All’intraprendenza degli imprenditori sarebbe seguita l’accondiscendenza di alcuni dipendenti pubblici dei comuni interessati, molti dei quali finiti nei guai.

 


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14 settembre, 2019

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