Latina – Operai di San Lorenzo Nuovo uccisi da un drammatico infortunio sul lavoro ad Aprilia, interrogatorio fiume davanti al gup per due dei nove indagati che rischiano il rinvio a giudizio.
L’udienza preliminare è entrata nel vivo due giorni fa con l’interrogatorio, a porte chiuse, dell’allora amministratore della Kyklos, attuale dirigente Acea, Alessandro Filippi, e di Davide Mira, amministratore con il figlio Daniele della Mira Giuseppe snc.
Quest’ultima è la ditta di autotrasporti di Orvieto per cui lavoravano le vittime, che aveva avuto in subappalto tale attività da una società di Perugia. Davide Mira è il titolare, datore di lavoro delle vittime.
Nella tragedia, avvenuta il 28 luglio 2014, persero la vita, asfissiati da una nube di acido solfidrico, Roberto Papini e Fabio Lisi, di 44 e 42 anni, entrambi di San Lorenzo Nuovo.
Complessivamente gli interrogatori due indagati sono durati oltre quattro ore. “Davide Mira ha chiesto di essere sentito davanti al gup del tribunale di Latina, fiducioso di poter chiarire la sua posizione già in fase di udienza preliminare”, spiega il difensore Angelo Di Silvio.
La procura di Latina ha chiesto 9 rinvii a giudizio, sei per omicidio colposo a carico di persone fisiche e tre a carico di aziende, mentre i familiari delle vittime, compresi i quattro figli rimasti orfani dei padri, sono pronti a costituirsi parte civile al processo.
I due operai si trovavano insieme sulla cisterna che stava caricando il percolato dell’impianto Kyklos, di Acea, quando la nube li ha travolti.
Quella di Papini e Lisei, anche quel lunedì mattina di fine luglio di tre anni fa, avrebbe dovuto essere una manovra di routine. Il loro incarico consisteva proprio nel recuperare il percolato prodotto dai rifiuti e trasportarlo altrove per le successive operazioni di smaltimento o trasformazione.
“Durante il trattamento era previsto solo l’uso di guanti e non di maschere o attrezzatura altamente protettiva, non essendo il percolato classificato come sostanza tossica”, ha ribadito l’avvocato di Davide Mira.
Per il magistrato inquirente, però, il tipo di percolato prelevato dalla Kyklos avrebbe dovuto essere qualificato come rifiuto pericoloso.
“L’impresa ha un suo documento di rischi, un piano operativo di sicurezza e i lavoratori sono dotati di un apposito kit con i dispositivi di protezione individuale. Anche i mezzi di trasporto sono risultati a norma”, ribadisce il legale dell’azienda di autotrasporti orvietana.
Ma per l’accusa – dalle norme sulla sicurezza del lavoro a quelle ambientali – le violazioni compiute nell’impianto Kyklos di Aprilia sarebbero state tante. E tutte avrebbero concorso a causare la morte dei due operai rimasti asfissiati nell’estate di tre anni fa.
Il pm Luigia Spinelli, con l’accusa di omicidio colposo, ha chiesto il processo per l’allora amministratore della Kyklos, attuale dirigente Acea, Alessandro Filippi; per i dirigenti Kyklos, Sebastiano Reveglia, di Pomezia, e Fabrizio Martinelli, di Ariccia, rispettivamente delegato in materia di sicurezza e responsabile della prevenzione: per i titolari delle due ditte per cui lavoravano le vittime, Davide e Danilo Mira, di Orvieto, padre e figlio; e per il rappresentante della Eco 2000 di Perugia, Andrea Pula.
Per violazioni amministrative è stato chiesto inoltre il processo per le stesse Kyklos, rappresentata dal presidente del cda, Luciano Piacentini, Mira Giuseppe snc, nelle persone degli amministratori Davide e Daniele Mira, ed Eco2000, nella persona di Pula.
A pronunciarsi sulle richieste di giudizio sarà il giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Latina, Mara Mattioli. Salvo imprevisti, la discussione comincerà a gennaio.
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
Silvana Cortignani
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