Viterbo – (r.s.) – “Tatiana sapeva qualcosa, qualcosa più di me…”. Paolo Esposito vorrebbe dire, ma non dice. E Franca Leosini, che per Storie Maledette lo ha intervistato nel carcere di Mammagialla, dove il 44enne sta scontando l’ergastolo per aver ucciso la compagna e la figlia, lo incalza. “Deve essere più chiaro, deve avere il coraggio di dire le cose. Si è giocato la vita, a vanvera non dice niente e niente le conviene dire”.
Scomparire all’improvviso in un giorno di maggio. È il titolo della puntata andata in onda ieri della trasmissione di Rai 3 che si occupa di intervistare i protagonisti delle inchieste giudiziarie italiane che hanno fatto più scalpore. Come il Giallo di Gradoli. “Esistono dimore che sembrano create per fungere da fondale al palcoscenico della storia, di una storia – esordisce Leosini -. Esistono storie che iniziano dalla fine, la fine di una certezza. La certezza che siano ancora in vita due giovani donne che improvvisamente scompaiono. È a Gradoli che ha inizio questa storia. È il pomeriggio del 30 maggio del 2009 quando Tatiana Ceoban, moldava, 36 anni di incustodita bellezza, e sua figlia Elena, che di anni ne ha 13, improvvisamente scompaiono. Vivono a Gradoli Tatiana ed Elena, e abitano in una villetta che ha la smagliante malinconia delle dimore affogate nel verde”.
Con Paolo Esposito, Leosini ripercorre i momenti topici di quel 30 maggio di nove anni fa. Ripercorre i momenti in cui per Tatiana ed Elena si sono spalancate le porte del mistero. “Ho accompagnato Tatiana alle 6,30 alla fermata dell’autobus che prendeva tutte le mattine per andare al lavoro a Marta – racconta Esposito -. Poi sono rientrato, ho preparato la colazione per le figlie e le ho svegliate. Alle 8\8,10 Elena è andata a scuola. Erika (la figlia che Esposito ha avuto da Tatiana, ndr) l’ho invece portata dai miei genitori alle 9. Poi sono andato in cantiere, e alle 11\11,15 sono uscito per andare ad Acquapendente dove ho incontrato Ala, venuta da Santa Fiora (Grosseto, ndr)”.
Ala Ceoban è la sorella di Tatiana e la zia di Elena, ma è anche l’amante di Paolo Esposito. Gli inquirenti li hanno definiti gli “amanti diabolici”. E i giudici, in tutti e tre i gradi di giudizio, li hanno ritenuti colpevoli. Ma mentre Esposito all’ergastolo è stato condannato in via definitiva, Ala è passata dal carcere a vita comminatole dal tribunale di Viterbo, agli otto anni per favoreggiamento in appello, poi confermati dalla suprema corte.
“A me l’ergastolo, a lei la riduzione – sottolinea Esposito -. Non c’era più la premeditazione. E allora tutto quanto come è stato fatto? È tutto ingiusto. Io all’ergastolo e Ala fuori. Come sarebbe stato ingiusto se in galera ci fossimo stati entrambi. È una sentenza senza senso”.
Per i giudici di secondo e terzo grado Ala, che all’epoca aveva 24 anni, non ha ucciso la sorella e la nipotina. L’esecutore materiale del delitto è stato Esposito, che poteva contare sull’aiuto dell’amante per far sparire corpi e tracce.
Quel 30 maggio del 2009, dalle 8,04 alle 8,08, i due amanti hanno parlato al telefono per ben quattro volte. E per ben tre volte Esposito è andato e venuto da Acquapendente, che da Gradoli dista 17 chilometri. L’ultima volta alle 19. “Elena mi aveva detto che sarebbe andata a Roma con la mamma. A Roma avevano delle visite mediche prenotate, dovevano ritirare il passaporto e sarebbero passate anche dalla zia Olga a Bracciano. Per me andava bene, perché sarebbero state via due giorni. Andava benissimo, perché per me sarebbero stati due giorni di svago. Avevo detto ad Ala di fermarsi, ma i giudici hanno interpretato invito come: ‘Le hanno fatte fuori e buonanotte, ora lei può tornare a stare in quella villetta’”.
Sono le 13,30 quando Elena ritorna da scuola. Esposito la incontra “sulle scale di casa. Ci siamo parlati di sfuggita – dice il 44enne -, in quell’attimo che ero rientrato per prendere delle lampadine”. Ma da quel momento di Elena si perde ogni traccia. Come di Tatiana, immortalata per l’ultima volta nelle immagini delle telecamere di sorveglianza di un negozio di Viterbo.
“Le avevo chiesto di comprare una cassettina per pulire le testine della videocamera – spiega Esposito -. Ma Tatiana ha acquistato anche una telecamerina per le recite di fine anno delle figlie. Quel pomeriggio non l’ho incontrata. Ma in casa è rientrata, perché ha lasciato la telecamera, lo scontrino e la ricevuta del bancomat”.
30 maggio, 31 maggio, primo giugno. Di Tatiana ed Elena non si hanno notizie. “Il lunedì ancora ero tranquillo – ammette Esposito -. Non ero in allarme, perché sapevo che Tania era impegnata con Elena mentre a Erika ci stavo pensando io. Era tutto normale, non ero preoccupato”.
Le ricerche scattano dopo le denunce ai carabinieri, e Tatiana ed Elena vengono cercate ovunque. Nei porti, negli aeroporti e nelle stazioni da cui sarebbero potute partire per un allentamento volontario verso la Moldavia. “Le hanno cercate solo a Civitavecchia e a Fiumicino. E basta”, ribatte Esposito. Poi il sequestro della villetta di via Cannicelle, il ritrovamento dei loro passaporti e il luminol che evidenzia tracce di sangue di Tatiana in cucina. “Di Elena, invece, niente – puntualizza Esposito -. Ma è normale, perché in una cucina una bimba non fa nulla. È la madre che si muove”. Ma per l’accusa è lì che il duplice femminicidio è stato commesso.
“Non mi fidavo degli inquirenti, non mi fidavo di nessuno – dice Esposito -. Mi hanno puntato il dito addosso. Mi hanno detto: ‘È colpa tua, punto e basta’. Non ho fiducia in nessuno, mi hanno tradito tutti. E sicuramente anche Ala lo ha fatto”.
Ala ed Esposito si conoscono nel 2003, quando lei ha 18 anni. Il 2003 è anche l’anno in cui nasce Erika e in cui, dalla Moldavia, arriva Elena. “È stata Tatiana a far venire Ala – dice Esposito -, perché io non ero tanto presente a casa e a lei serviva una mano. Ala era una ragazza molto attraente, una bellezza diversa dal solito. E con Tatiana non si assomigliava per niente, né fisicamente né moralmente né mentalmente. Mi piaceva molto, anche per il suo carattere così forte. Avevo dei rimorsi nei confronti di Tatiana, ma il sentimento d’amore era ormai finito. Lei, dopo la nascita della bambina, da me si era allontanata”.
Ma quando Tatiana, che si imbatterà anche nel filmino di un rapporto sessuale tra il compagno e la sorella, viene a sapere della loro relazione clandestina, sbatte Ala fuori di casa. E inizierà ad appuntare i suoi pensieri in un diario segreto: “Paolo sta al telefono con mia sorella – scrive -, e pensano a come fare del male a me e a Elena. Ho tanta paura, perché non so lui cosa vuole fare…”. Nonostante tutto, la relazione tra i due “amanti diabolici” continua. “In apparenza, Ala era innamorata di me – sostiene il Esposito -. Almeno per quello che mi dimostrava”. Eppure in varie interviste la donna avrebbe detto che con il 44enne era “solo sesso”. “Non sapevo avesse dichiarato questo – ammette Esposito -. Mi dispiace, perché il nostro rapporto non era così leggero. Ma oggi da quell’amore sono lontano una marea, eppure non me la sento di fare un commento su di lei. Perché prima dovrei capire. A lei, sentimentalmente, non penso più da ormai tre anni. È una capitolo chiuso, anche se in carcere volevo sposarla per incontrarla. Ma lei, da consiglio dell’avvocato, ha detto no”.
Ma Tatiana ed Elena che fine hanno fatto? “Me lo domando anche io – dice Esposito -. L’idea che mi sono fatto è che sono scomparse, e nessuno le ha cercate né le sta cercando. Ma non sono ancora in vita. Non sono io a dover dire chi ha provveduto a eliminarle, ma la procura. Quello che voglio io, è soltanto il ritrovamento di questi cor… persone”. Il ritrovamento di due persone o dei corpi di due persone? “Questo, in questo momento, non lo posso dire. Non perché non lo voglio dire, ma perché di preciso non lo so. Ho delle convinzioni, ma non ne ho la certezza. E finché non si trovano, una certezza non ci può essere. Vive o morte? Non lo so, voglio saperlo anche io”.
Da sette anni e mezzo dietro le sbarre di Mammaggialla, Paolo Esposito, elettricista, si occupa della manutenzione del carcere di Viterbo. “È il lavoro più importante, o quasi – dice -. In carcere non ho mai avuto problemi, e continuo a vedere i miei genitori e qualche amico. Ma non mia figlia Erika. E non vederla è peggio del respiro che manca, un pezzo di cuore che se ne è andato. Mi hanno levato la patria potestà, perché effettivamente non la posso mantenere. Ma dietro di me ho una famiglia. Perché me l’hanno tolta? Perché mi vietano di vederla? L’amore di mia figlia me lo sono sempre meritato, perché lei sa chi sono e quello che faccio. In questi anni sono rimasto in silenzio, anche per non andare a suo discapito. Spero di poterle parlare, perché sono sicuro che lei capirà subito. La aspetto sempre, anche se spero di andare io da lei”.
Secondo gli inquirenti, Erika sarebbe stata uno dei due moventi del duplice femminicidio. Esposito ha ucciso Tatiana ed Elena, che è stata eliminata perché troppo legata alla madre per non fare domande o sospettare, per tenere con sé la figlia piccola: Tatiana aveva infatti interessato il tribunale di minori dopo aver trovato materiale pedopornografico nel pc del compagno. Dall’altro lato, Esposito avrebbe potuto portare avanti senza impedimenti la storia con Ala.
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