Processo Gradoli - La sentenza commentata da accusa e parte civile
di Stefania Moretti
 Petroselli teso prima della sentenza |
 L'imputata Ala Ceoban |
 L'imputato Paolo Esposito |
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– Giustizia è fatta.
Il pm Renzo Petroselli canta vittoria.
La sentenza del processo Gradoli conferma la sua richiesta: carcere a vita per Paolo Esposito e Ala Ceoban e un anno di isolamento diurno. Petroselli ne aveva chiesti tre, ma poco importa.
Il sostituto procuratore è soddisfatto e, a fine udienza, risponde a tutti i giornalisti con la stessa frase: “Perché la sentenza sia quale la società l’attende: affermazione di verità e di giustizia”. Una citazione della parte finale del giuramento dei giudici popolari. Alla quale, con un sorriso, Petroselli fa la sua personale aggiunta: “E mi sembra che oggi, giustizia l’abbiamo fatta”.
Una sentenza che è come una liberazione per il pm, che può finalmente rivalersi su quella stampa e opinione pubblica che, per due anni, lo hanno accusato di aver fatto indagini lacunose e affrettate. Per ora, la Corte d’Assise di Viterbo gli ha dato ragione. All’appello si vedrà.
A condividere con lui la vittoria, i legali di parte civile Claudia Polacchi e Luigi Sini, avvocati della figlia di Esposito e della madre di Ala e Tania.
La soddisfazione c’è, come dice la Polacchi, “per aver lavorato secondo la propria coscienza”. Ma è una soddisfazione a metà, precisa Sini, “perché purtroppo viene da una tragedia che non finisce qui e non finirà nemmeno quando il processo si sarà concluso definitivamente”. E’ la tragedia di due donne che, per i giudici, sono state uccise, e di una bimba, quella di Paolo e Tatiana, che ha perso tutta la sua famiglia.
Un processo “per niente scontato”, afferma la Polacchi, “che, quindi, andava esaminato sotto diversi profili. Ma noi abbiamo sempre sostenuto che ci fossero tutti gli elementi per poter arrivare a questa sentenza. E’ chiaro che non si può, comunque, essere soddisfatti di una condanna all’ergastolo, perché in questo caso significa che ci sono sicuramente due persone morte”.
Una terza persona è distrutta. Ed è la madre di Ala e Tatiana, Elena Nekifor, che ha seguito gran parte del processo piangendo accanto al suo avvocato Luigi Sini.Una sentenza che, “per lei non è certamente una vittoria. Ha affrontato questi due anni con una grandissima dignità e con un grande coraggio. Però il suo dolore è straziante perché arrivi a un punto in cui sono state uccise tua figlia e tua nipote e non sai come, se hanno sofferto…”.
L’altra figlia della Nekifor, Ala, è la grande protagonista di questo processo. Condannata all’ergastolo per l’omicidio della sorella e della nipote, insieme a Esposito. Una situazione tutt’altro che facile per una madre. Un calvario iniziato per tutti il 30 maggio 2009.
“La signora Elena mi chiamò disperata, piangendo perché, da quel giorno, non riusciva più a contattare sua figlia e sua nipote – racconta Sini -. Io e Claudia siamo entranti in questa vicenda in punta di piedi, senza cercare a tutti i costi di imporre la nostra idea dei fatti. Ci siamo studiati le carte, noi e i nostri colleghi della difesa, e per ora questo è il risultato”.
Sini e la Polacchi ci avevano sperato e creduto fin dal primo momento. Ma questo, precisano i due avvocati, è solo il primo passo ed è minuscolo, rispetto all’immane dramma che nasconde.
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