Duplice assassinio di Gradoli - La verità dei giudici nelle 108 pagine di motivazione della sentenza
di Stefania Moretti
 Tatiana Ceoban, la 36enne moldava scomparsa |
 Elena Ceoban, la figlia di Tatiana, scomparsa insieme a lei |
 Paolo Esposito |
 Ala Ceoban |
 I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco |
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– Quella da uccidere era Tatiana: il “corpo estraneo nella vita degli Esposito” da eliminare una volta per sempre.
Elena era solo un male inevitabile. La “vittima necessaria” da immolare per forza, perché “non avrebbe mai vissuto con la zia e con Esposito”, lontana dalla madre.
È uno scenario agghiacciante quello illustrato nelle motivazioni della condanna all’ergastolo di Paolo Esposito e Ala Ceoban. 108 pagine scritte dai giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco per raccontare una storia già nota, ma che mai era apparsa così “triste, piena di odio, rancore e miseri sentimenti”.
La verità dei giudici è che Tatiana ed Elena sono morte.
Non fuggite, perché non volevano lasciare Gradoli, avevano progetti brevissima scadenza e non avevano portato via nulla da casa, neppure soldi e documenti.
Non rapite, perché non c’era motivo: non avevano nemici e non è mai stato chiesto un riscatto (che nessuno degli Esposito, peraltro, avrebbe mai potuto/voluto pagare).
Le ipotesi alternative, compresa quella del complotto, sono “assolutamente inverosimili, non provate, illogiche”. “La loro scomparsa – si legge nelle motivazioni – è spiegabile solo con la morte”.
Gli unici che volevano toglierle di mezzo erano il convivente di Tania e sua sorella: Paolo Esposito e Ala Ceoban. Amanti. Qualcuno ha aggiunto “diabolici”. Legati da una storia che i due imputati hanno cercato in tutti i modi di sminuire e nascondere, perché il movente del duplice omicidio era tutto qui: nella loro relazione lunga, “intensa e passionale”, che “aveva spinto i due a fare anche progetti per il futuro”.
Ala e Paolo sognavano una famiglia. Per averla dovevano distruggere quella che aveva costruito Tatiana. Sarebbero rimasti solo loro due e la figlia di Esposito. L’altra parte importante del movente, perché l’elettricista non avrebbe mai lasciato che Tatiana gliela portasse via. Né, d’altro canto, lei “si sarebbe fatta da parte, dando la possibilità agli imputati di andare a vivere con le bambine”.
Era qui che sorgeva quello che, per i giudici, è il “problema Tatiana”. Esposito aveva cercato di risolverlo nel 2007 al tribunale dei minori,“cercando di toglierle la figlia” e “facendola apparire come un soggetto con turbe psichiche”. Ma qualcosa va storto: Tatiana scopre la storia tra lui e Ala. Trova il dvd col filmato in cui fanno sesso. Paolo deve “abbandonare il ricorso e accettare suo malgrado un accordo con Tatiana”. Ma non smette di frequentare Ala. Tra loro non cambia nulla: “i due volevano continuare a fare del male a ferire e umiliare Tatiana”. Lo sospetta Tania nel suo diario. Lo dicono gli sms che si scambiano – più di 11mila in quattro mesi -: “Che dici se scopiamo (ndr. davanti a lei) le viene un infarto?”.
E che ci fosse un piano pronto, tanto da far guadagnare ai due l’aggravante della premeditazione – oltre a quella dei motivi abietti -, è chiaro dalla scadenza fissata da Ala: “Se entro il 2009 siamo ancora messi così penso che non ci salva niente e nessuno il nostro rapporto”. Parole che per i giudici dimostrano che Ala è “partecipe sin dall’inizio del disegno criminoso”.
È lei che “istiga, fomenta, preordina l’azione” e “promette a Esposito aiuto”. È lei che decide spontaneamente di fermarsi a dormire a Gradoli il 30 maggio a casa di Paolo, Elena e Tania, “perché sa che madre e figlia sono già morte”. Una frase, quest’ultima che viene riproposta almeno una decina di volte, nelle motivazioni della sentenza.
Il viaggio a Roma di Elena e Tania, la sera del 30 per rinnovare i passaporti, è un’”invenzione di Paolo Esposito”. Alle 18,30 le due donne sono già state uccise. La sera del 30 e la mezza giornata del 31 servono per pulire la casa ed eliminare le tracce.
Ciò non toglie che il processo sia indiziario: senza confessione, senza arma del delitto, senza corpi. Ma “l’assenza del cadavere non impedisce la formazione della prova del reato di omicidio”.
Sangue (almeno quello di Tania) e movente fanno pensare che questa sia l’unica pista possibile e che i cadaveri siano stati fatti sparire da chi aveva interesse a farlo. Gli unici erano Ala e Paolo. Per un’infinità di motivi. Il delitto è avvenuto nella villetta e Paolo aveva le chiavi. Hanno costruito “finti alibi”. “Tentato di falsificare il quadro probatorio”. “Accusato gli investigatori di condotte illecite”, “Mentito costantemente e sistematicamente”, sul 30 maggio e su Tania, accusata “di aver maltrattato Elena, di avere una personalità anomala, di essere un’attenta calcolatrice”. Indizi “chiari, precisi e concordanti”. E soprattutto, per la Corte, inequivocabili.
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