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Giallo di Gradoli - Omicidio di madre e figlia - Le motivazioni della sentenza definitiva che ha condannato Esposito all'ergastolo e Ala Ceoban a otto anni per favoreggiamento

La Cassazione: Colpevoli senza via d’uscita

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Paolo Esposito

Paolo Esposito

Ala Ceoban

Ala Ceoban

Tatiana Ceoban, la 36enne moldava scomparsa

Tatiana Ceoban, la 36enne moldava scomparsa

Elena Ceoban, la figlia 13enne di Tania, anche lei scomparsa

Elena Ceoban, la figlia 13enne di Tania, anche lei scomparsa

L'avvocato Enrico Valentini

L’avvocato di Esposito Enrico Valentini

Gli avvocati di parte civile Claudia Polacchi e Luigi Sini

Gli avvocati di parte civile Claudia Polacchi (per la figlia di Esposito e Tatiana) e Luigi Sini (per la madre di Ala e Tatiana)

Gradoli – (s.m.) – Colpevoli senza via d’uscita. L’assassino di Tatiana Ceoban e della figlia Elena non può che essere Paolo Esposito e la compagna Ala lo ha aiutato.

La Cassazione risolve in modo netto il giallo di Gradoli. Per la Suprema Corte, non c’è nulla da aggiungere alla sentenza d’appello per gli “amanti diabolici”: ergastolo a Esposito per duplice omicidio volontario; otto anni ad Ala Ceoban per favoreggiamento e occultamento di cadavere. Tutto il resto è un concentrato di congetture. Mentre i ricorsi di accusa e difesa sono uno inammissibile e l’altro da rigettare.

L’omicidio di Tatiana Ceoban, 36enne moldava, e della figlia 13enne Elena è in 18 pagine di sentenza. Quella definitiva, stavolta. Un riassunto condensato del caso giudiziario che più di tutti gli altri ha appassionato i viterbesi. Una storia piena di sentimenti.

Prima il legame tra Paolo e Tatiana. Un amore che nasce in fretta. La convivenza. La nascita di una figlia e l’arrivo di Elena in Italia.

Poi la storia con Ala. La sorella minore di Tania. Una relazione “molto intensa e passionale”, scrivono i giudice della Corte, che è parte del movente del duplice omicidio di madre e figlia, il 30 maggio 2009.  Per la Cassazione “non è emerso in giudizio nessun altro soggetto diverso dall’imputato che avesse un così forte movente per procedere all’eliminazione, almeno in via di principalità, di Tatiana”. Un movente duplice: “non solo di natura passionale”, ma dettato anche dalla scoperta di materiale pedopornografico nel computer di Esposito che, quindi, “temeva anche di perdere la patria potestà sulla figlia”.

La Corte sorvola su tutte le obiezioni della difesa. Dalle tracce di sangue troppo povere di dna, ritrovate nella villetta del delitto, all’ipotesi dell’allontanamento volontario di madre e figlia. Dal mancato ritrovamento della carta di identità di Tatiana a quello dei corpi. E poi i nuovi accertamenti richiesti e respinti.

“Gli elementi probatori disponibili risultavano completi”, scrivono i giudici, che non hanno avuto bisogno di nuove perizie o verifiche. Neppure sulla cella di Capodimonte, agganciata dal cellulare di Tatiana nell’ultima telefonata alle 17,36 del 30 maggio. A quell’ora, la donna è in viaggio da Viterbo a Gradoli. Sicuramente in autobus, secondo la Corte. Anche se il telefono aggancia la cella di Capodimonte, mentre l’autobus passava esattamente dal versante opposto del lago. Il tecnico ascoltato in aula parla di “una bassa percentuale di possibilità”, ma non esclude il fatto.

Del resto, “Tatiana è sicuramente tornata a casa, come provato in modo inconfutabile dalla presenza a Cannicelle della cinepresa acquistata dalla donna a Viterbo”. E se anche la dinamica del delitto si presta a mille ricostruzioni possibili, “altre e diverse ipotesi di pari dignità circa i tempi e modi di eliminazione delle vittime” sarebbero “comunque tutte nel solco della colpevolezza”. Così come “l’occultamento dei cadaveri è consequenziale al reato di omicidio”. Anche se dei corpi non c’è traccia da anni.

Bocciati anche i motivi del ricorso della procura generale, che insisteva sul ruolo di Ala come complice nell’omicidio e sull’aggravante della premeditazione, cancellata dalla sentenza d’appello. Per non far risultare la sua presenza a Cannicelle, il giorno del delitto, ad Ala sarebbe bastato spegnere i suoi due telefoni. Non c’era bisogno di lasciarli a casa a Santa Fiora (Grosseto), come fece il 30 maggio 2009, secondo l’accusa per costituirsi un alibi.

Quanto alla premeditazione, non basta un movente articolato. Per i giudici non c’è prova che l’omicidio sia stato organizzato nei minimi dettagli. Né che Esposito, tra un omicidio e l’altro, abbia avuto il tempo di realizzare le ragioni del suo gesto e ritornare sui suoi passi.


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20 febbraio, 2014

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