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Mafia a Viterbo - Le intercettazioni captate dai carabinieri nell'operazione Erostrato - Decine le vittime: un avvocato, imprenditori e politici - Gli inquirenti: "Tra i viterbesi clima di omertà, c'era chi si rivolgeva all'organizzazione per risolvere controversie private" - FOTO DEGLI ARRESTATI E VIDEO

“Io ti sbudello, io me la prendo anche con un bambino”

di Raffaele Strocchia - Carlo Galeotti

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Viterbo – Non solo carabinieri e compro oro. Nel mirino dell’associazione mafiosa smantellata dall’Arma di Viterbo erano finiti anche un avvocato, un commercialista, imprenditori, politici, titolari di discoteche e il direttore dell’ufficio postale di Viterbo centro.

I nomi delle vittime compaiono nelle 720 pagine dell’ordinanza d’arresto dell’operazione Erostrato, dal nome del criminale dell’antica Grecia che incendiò e distrusse il tempio di Artemide, tra le sette meraviglie del mondo antico.

 – Mafia a Viterbo – I tredici arrestati 

All’alba di ieri i carabinieri di Viterbo, che hanno condotto le indagini coordinate dalla Dda di Roma, hanno arrestato tredici persone: undici sono finite nei carceri di Mammagialla e Civitavecchia e due ai domiciliari. “A capo dell’associazione mafiosa – spiegano gli inquirenti – c’erano Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi. Il primo, di Catanzaro, aveva importato a Viterbo la metodologia mafiosa calabrese. Il secondo, l’inclinazione spiccatamente violenta della criminalità albanese”.

Mafia a Viterbo - I tredici arrestati

Giuseppe Trovato nasce a Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro, il 24 maggio del ’75. “Zio Peppino”, come viene chiamato, da anni vive a Viterbo, dove gestisce tre compro oro. “La sua figura – sottolineano gli inquirenti – è caratterizzata da un alone evocativo di ‘ndranghetista. Una caratura criminale che ha adottato da un agguerrito clan: quello della famiglia Giampà di Lamezia Terme. Trovato è molto vicino a questo clan, oltre a essere legato da rapporti di parentela con alcuni importanti esponenti”.

Ismail Rebeshi, invece, nasce in Albania il 23 maggio dell’83. Conosciuto come “Ermal il biondo”, anche lui vive a Viterbo da anni, dove gestisce una rivendita di auto e un locale notturno. “È noto – evidenziano gli inquirenti – per i suoi trascorsi giudiziari”. Era già stato arrestato a novembre scorso in un’operazione antidroga tra Sardegna, Lazio e Lombardia perché ritenuto il più grande narcotrafficante del Viterbese, e nel 2010 al culmine di una maxi indagine che stroncò un traffico internazionale di stupefacenti. 

I carabinieri lo ammettono: “L’operazione Erostrato è stata molto complessa”. Anche per “il clima di omertà e paura della popolazione viterbese, talvolta pronta a ritrattare dichiarazioni accusatorie e non sempre disposta a denunciare le vessazioni. Le vittime preferivano piuttosto cambiare le proprie abitudini di vita”. Ma non solo. “L’associazione – evidenzia l’Arma – gode a Viterbo di una propria fama, conferita dalle azioni criminali di cui molti ne hanno piena conoscenza. Sono state diverse le persone che si sono rivolte all’organizzazione per risolvere controversie di natura privata”.

Un’organizzazione mafiosa che agiva con “estorsioni, intimidazioni e violenze” e che era “capace di diffondere terrore e soggezione a Viterbo”. L’obiettivo? “Controllare il territorio per quanto riguarda alcuni settori economici e attività illecite”. Dal controllo dei compro oro (“a cui era interessato Trovato, titolare di tre compro oro”) al controllo dei locali notturni e del mercato della droga (“a cui era interessato Rebeshi”), fino ad arrivare al controllo del settore dei traslochi (“a cui era interessato Gabriele Laezza, figlio del titolare di una ditta di traslochi”).

In un anno i carabinieri hanno ricostruito una cinquantina di atti intimidatori. “Episodi violenti, che dimostrano anche un accanimento ossessivo nei confronti delle vittime”. Come quello nei confronti della “titolare del compro oro di via Genova“, che in soli sessanta giorni ha subito “l’incendio di due auto e il danneggiamento della vetrina del negozio, davanti al quale sono stati lasciati anche dei lumini votivi come minaccia di morte e la scritta ‘dammi li sordi’. La vittima – è scritto nell’ordinanza del Gip capitolino Flavia Costantini – ha anche trovato due teste mozzate di animali con due proiettili conficcati in fronte. La saracinesca, inoltre, è stata cosparsa di benzina e data alle fiamme”. Tutte queste “minacce – si legge nelle carte d’inchiesta – hanno costretto la donna a chiudere il compro oro”.

Tra le vittime dell’associazione mafiosa anche due uomini che “avevano stipulato un contratto di affitto dei locali della discoteca Theatrò per organizzare serate danzanti per rumeni”. Erano finiti sotto tiro perché, secondo gli inquirenti, “Rebeshi, titolare della discoteca Range club di Viterbo e collaboratore nella gestione del night Ninfea di Vetralla, voleva avere il controllo esclusivo dell’organizzazione delle serate danzanti per rumeni”.

I due uomini avrebbero ricevuto telefonate minatorie, messaggi di morte e promesse di ritorsioni fisiche. In un’intercettazione captata dai carabinieri, Rebeshi avrebbe detto: “Ricordati bene queste parole: ti rompo il culo. A te, a tua madre, a tuo padre, a tutti quanti. Cornuto infame. Ti vedo. Vedo chi sta con tua moglie, con tuo figlio, con chi stai tu. Io ti sbudello. Pensi di giocare con Erman? Ti troverò, non ti lascio in pace. Io me la prendo anche con un bambino di un anno, lo giuro”.

La testa di un maiale e quattro teste d’agnello lasciate all’ingresso del Theatrò hanno, infine, “costretto i due uomini a interrompere il rapporto di collaborazione per l’affitto dei locali della discoteca per serate danzanti rumene”.

Stando all’ordinanza d’arresto, nel mirino dell’associazione mafiosa sarebbero finiti anche l’avvocato del foro di Viterbo, Roberto Alabiso, e Claudio Ubertini, commercialista e assessore all’urbanistica del comune capoluogo. Il primo avrebbe subito sopralluoghi nello studio legale, pedinamenti fino a casa e l’incendio della sua Audi Q5. Il perché? Secondo gli inquirenti, “l’avvocato Alabiso andava punito per un affronto fatto a Trovato. Ovvero, aver sostenuto la costituzione di parte civile di una donna in un processo, davanti al tribunale di Viterbo, che vede Trovato come imputato”. A Ubertini, invece, tra gennaio 2017 e giugno 2018 sono state danneggiate ben tre auto: la Smart e la Mini Cooper sono state date alla fiamme, mentre alla Smart Fortwo sono stati rotti il parabrezza e uno specchietto e sono state rigate le fiancate laterali.

L’organizzazione criminale avrebbe voluto anche taglieggiare Piero Camilli, imprenditore, sindaco di Grotte di Castro e patron della Viterbese. “Trovato – è scritto nell’ordinanza d’arresto – gli aveva chiesto una somma di denaro da spartirsi con i suoi associati”. In un’intercettazione telefonica il 43enne calabrese avrebbe detto a Camilli: “Con me potete diventare amici o nemici, ma è meglio se diventiamo amici”. Ma l’imprenditore non ha accettato l’accordo e per lui e per il figlio Vincenzo, presidente della Viterbese, sarebbero state pronte teste mozzate di maiale. I due Camilli sarebbero stati anche pedinati e osservati per studiarne le abitudini di vita.

Tra le vittime pure l’imprenditore Rinaldo Della Rocca, Roberto Grazini della Grazini Traslochi e il direttore dell’ufficio postale di Viterbo centro, Luca Boccolini. “Nella notte tra il 4 e 5 gennaio 2018 – riepilogano i carabinieri – è stato dato fuoco a dodici auto parcheggiate davanti alla concessionaria D Auto riconducibile a Rinaldo Della Rocca, che le aveva ricevute in conto vendita da privati”. A Grazini, invece, è stato incendiato un furgone e altri tre sono stati cosparsi di benzina. “Gabriele Laezza – si legge nelle carte d’inchiesta -, gestore con il padre della ditta di traslochi Benito Laezza, per favorire la sua attività, ha compiuto atti di concorrenza nei confronti della ditta Grazini Traslochi con minacce e violenza”. Infine, è stata incendiata anche la Mini Cooper della compagna di Luca Boccolini. “Il direttore dell’ufficio postale di Viterbo centro – è scritto nell’ordinanza d’arresto – è stato punito per aver chiuso il conto corrente postale di Trovato dopo la segnalazione di operazioni sospette”.

Con questa operazione, durata due anni, sono state tirate le fila di una lunghissima serie di episodi di cronaca che Tusciaweb ha sempre raccontato. Fino a ieri, sospetti a parte, sembravano episodi isolati. Grazie all’operazione Erostrato oggi si sa che non è così. La mafia è anche a Viterbo.

Carlo Galeotti
Raffaele Strocchia


Gli indagati

1. TROVATO Giuseppe, detto “Peppino”, 43enne originario di Lamezia Terme, da anni trasferitosi a Viterbo, dove gestisce tre Compro oro, con un ruolo di vertice nell’associazione smantellata;

2. REBESHI Ismail, detto “Ermal”, cittadino albanese di 36 anni, domiciliato a Viterbo, dove gestisce una rivendita di autovetture ed un locale notturno, anche questo con ruolo di vertice nel sodalizio;

3. PATOZI Spartak, detto “Ricmond”, cittadino albanese di 31 anni, residente a Vitorchiano, operaio, partecipe dell’associazione;

4. DERVISHI Sokol, detto “Codino”, cittadino albanese di 33 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

5. GURGURI Gazmir, detto “Gas”, cittadino albanese di 35 anni, residente a Canepina, operaio, partecipe dell’associazione;

6. LAEZZA Gabriele, detto “Gamberone”, 31enne, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

7. OUFIR Fouzia, detta “Sofia”, cittadina marocchina di 34 anni, residente a Viterbo, compagna e dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

8. GUADAGNO Martina, 31enne residente a Viterbo, dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

9. FORIERI Luigi, detto “Gigi”, 51enne residente a Caprarola, titolare di un bar, partecipe dell’associazione;

10. PATOZI Shkelzen, detto “Zen”, cittadino albanese di 34 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

11. PAVEL Ionel, cittadino romeno di 35 anni, concorrente in alcuni delitti-fine;

12. PECCI Manuel, 29enne residente a Viterbo, titolare di un centro estetico, concorrente in un delitto-fine;

13. ERASMI Emanuele, 53enne residente a Viterbo, artigiano, concorrente in un delitto-fine.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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