La magistrata – all’epoca in servizio alla procura di Viterbo – aveva iscritto l’esposto a modello 45, quindi come fatto non costituente reato, archiviandolo con motivazioni definite “meramente apparenti” dal Csm. Una scelta “particolarmente grave”, secondo i giudici disciplinari, perché coinvolgeva persone vulnerabili e proveniva da un organo istituzionale, il Garante dei detenuti del Lazio.
L’esposto segnalava, con foto e testimonianze, violenze subite da Sharaf e altri reclusi. Dopo l’avocazione disposta nel 2021 dal procuratore generale Antonio Mura, sono emerse gravi lacune: Sharaf era minorenne, non visitato prima dell’isolamento e trasferito in un carcere per adulti senza che il tribunale dei minori fosse ascoltato.
Oggi è in corso un processo per omicidio colposo contro il medico del reparto protetto e due operatori sanitari, mentre un altro filone coinvolge due agenti per presunti maltrattamenti.
In sede penale, la pm Dolce e l’ex procuratore Paolo Auriemma sono stati assolti, ma la censura del Csm segna un precedente nel valutare disciplinarmente la gestione delle notizie di reato.













