Viterbo – Prende il caffè, fuma il sigaro, ascolta musica rock, gli piace mangiare e bere bene, ha un sorriso rassicurante. È il nuovo procuratore capo, il magistrato Mario Palazzi, l’ex pm della Direzione distrettuale antimafia di Roma, 60 anni il prossimo 18 agosto, segno del Leone, sposato, con figli, originario di Napoli, alla guida della procura della repubblica di Viterbo dallo scorso 18 settembre. Voterà no al referendum: “L’indipendenza dal potere politico non è una prerogativa di ‘casta’, è la condizione necessaria affinché ciascun cittadino sia tutelato o giudicato in modo imparziale”.
Tribunale – Il procuratore capo Mario Palazzi
Specializzato in criminalità organizzata e pubblica amministrazione, più volte ha subito tentativi di intimidazioni e vive sotto scorta. “Come si vive sotto tutela?”, nasce spontanea la domanda. “Si rinuncia a spazi di libertà”, la risposta di Palazzi, che cita i Led Zeppelin tra le sue band preferite e la pasta alla genovese tra i suoi piatti preferiti.
Procuratore Palazzi, all’epoca aveva 26 anni, dove si trovava nel 1992, l’anno di Mani Pulite e Tangentopoli, ma anche delle stragi in cui sono stati uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?
“Ricordo bene quegli anni ed il sacrificio di tanti servitori dello stato, per difendere con passione e rigore lo stato di diritto. La magistratura – lo dico ora in cui si assiste ad una maliziosa campagna di delegittimazione – non deve essere lasciata sola, la giustizia è di tutti. Quanto a me, ero assistente universitario alla Sapienza di Roma e, da giovane studioso di diritto civile, ipotizzavo un mio futuro nella ricerca universitaria. Poi il concorso, sono entrato in procura e non ne sono più uscito”.
Lei è noto per avere decapitato il clan degli Spada e per il ruolo centrale avuto nel processo per l’omicidio di Fabrizio Piscitelli-Diabolik. Un conoscitore della criminalità organizzata capitolina…
“Una realtà molto complessa, per certi versi più difficile da affrontare rispetto alle cosiddette mafie tradizionali. Finalmente è aumentata l’attenzione, anche mediatica, sul fenomeno, ancora fortemente legato ad un impressionante mercato della droga e con un esercizio di potere di controllo soprattutto sulle zone più degradate della città. L’impegno di magistratura e forze dell’ordine è costante, non sempre però accompagnato da politiche sociali efficaci che riducano le situazioni di bisogno ed offrano strade diverse rispetto al soggiacere al potere ed alle ‘offerte’ del crimine organizzato”.
Qual è il bagaglio più prezioso che ha portato con sé a Viterbo della sua esperienza all’antimafia?
“Credo la gestione della complessità e l’esperienza di dover guardare oltre le prime apparenze. Certo, bisogna sempre indossare gli occhiali giusti per ogni contesto, evitando pregiudizi, ma il metodo di ricerca della verità processuale è uno solo”.
Il procuratore capo Mario Palazzi
Pochi giorni fa, il 4 dicembre, lei era al liceo Santa Rosa all’inaugurazione del corso “Conoscere le mafie per combatterle”…
“Sono convinto che la cultura della legalità nasca nelle scuole e per me è stato importante incontrare docenti con tanta voglia di costruire insieme un paese migliore; i giovani sono la nostra migliore risorsa e su di loro dovremmo semmai investire molto di più. Se posso dare un contributo lo faccio volentieri”.
A proposito di addetti ai lavori, che ne pensa della squadra della procura della repubblica di Viterbo, peraltro piena di donne?
“Sono molto soddisfatto e consapevole che siamo nelle condizioni di poter migliorare ancora un servizio giustizia già di ottimo livello. Un fecondo mix di esperienza ed entusiasmo dei colleghi più giovani; quanto alla presenza di tante colleghe non posso che felicitarmi, essendo stato, in passato, direttore generale alle pari opportunità, avendo quindi avuto contezza del lungo percorso, purtroppo ancora non completamente compiuto, per il riconoscimento del merito senza discriminazione di genere; in questo la magistratura si sta dimostrando una istituzione all’avanguardia, anche per la prevalenza numerica della sua componente femminile”.
Il suo arrivo comporterà delle innovazioni nella gestione della procura?
“In questi primi mesi, facendo tesoro di precedenti esperienze in altri uffici e con il costante confronto con i colleghi, sto operando modifiche organizzative funzionali a realizzare da un lato economie di scala per procedimenti seriali di minore complessità, dall’altro favorendo la specializzazione dei colleghi – con ricadute positive in termini di qualità – con la costituzione di gruppi di lavoro più omogenei”.
Quali criticità presenta il territorio?
“La provincia tutta è di grande pregio paesaggistico e culturale, disseminata di realtà comunali in prevalenza di piccole dimensioni ma di grande valore, con Viterbo capoluogo fin dai tempi del patrimonio di San Pietro in Tuscia. A questa frammentazione corrisponde, però una capillare presenza di stazioni dei carabinieri ed una interazione costante con le altre forze dell’ordine. Certamente sono presenti episodi di ‘pendolarismo’ del crimine ma, mi sento di affermare, in modo non allarmante e comunque affrontato con grande impegno e professionalità dagli operatori. Assai significativo il numero di procedimenti del cosiddetto ‘codice rosso’, a dimostrazione che il tema della violenza di genere sconta ancora e innanzitutto un deficit culturale, non affrontabile solo nelle aule di giustizia, ma anche nelle scuole, nelle famiglie, nelle altre istituzioni. Un processo ancora lungo che deve essere affrontato assieme”
C’è collaborazione da parte dei cittadini?
“Collaborazione e fiducia da parte della cittadinanza sono fattori indispensabili per garantire la legalità sul territorio. Dove è più forte il senso di appartenenza a una comunità, maggiore dovrebbe essere la solidarietà così come minore la propensione a ‘girarsi dall’altra parte’. Per quello che è mia prima impressione, è questo un territorio dove le istituzioni possono fare affidamento su questo atteggiamento”.
Impossibile non chiederle cosa voterà al referendum sulla giustizia?
“Ovviamente no. Sono convinto che i cittadini, se correttamente informati, siano in grado di comprendere quale sia la vera partita in gioco: nessun miglioramento del servizio giustizia, una ferita alla indipendenza della magistratura. L’indipendenza dal potere politico non è una prerogativa di ‘casta’, è la condizione necessaria affinché ciascun cittadino sia tutelato o giudicato in modo imparziale, potente o no, ricco o meno. I nostri illuminati costituenti lo avevano compreso bene, bisogna difendere questa conquista di civiltà”.
Silvana Cortignani
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