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Aspettando l'estate viterbese - Lo scrittore Italo Moscati, il 30 giugno, presenta a Caffeina il documentario "C'era una volta Sergio Leone e ci sarà per sempre" per la serata dedicata al maestro

Spaghetti western, pollo e… Caffeina

di Paola Pierdomenico
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Italo Moscati

Italo Moscati

Sergio Leone

Sergio Leone

Viterbo – Spaghetti western, pollo e… Caffeina.

Lo sguardo di ghiaccio di Clint Eastwood in un Pugno di dollari di Sergio Leone è forse una delle scene del cinema italiano più famose al mondo. Il film ha dato il via al cosiddetto genere dello Spaghetti western che ancora oggi è apprezzato ovunque.

Il 30 giugno lo scrittore milanese Italo Moscati sarà a Caffeina a piazza del Fosso alle 21 per omaggiare Leone con la proiezione di “C’era una volta Leone e ci sarà per sempre”. Un documentario con le scene più belle dei film e della vita dell’artista considerato l’inventore dei silenzi e dei primi piani che hanno fatto la storia del western all’italiana.

Come nasce questo contributo a Sergio Leone?
“Sono anni che lo seguo per due ragioni – dice Moscati -: una è che sono stato un suo spettatore fin dai primi film come regista, ma anche di altri in cui lavorava come aiuto di grandi nomi tipo De Sica. L’altra è che ho scritto parecchi libri sul cinema italiano e non solo e ho pensato che un personaggio come Leone potesse rappresentare la porta tra il realismo degli anni ’60 e la modernità. Le sue pellicole, infatti, sono ancora amate in tutto il mondo”.

Quale obiettivo si pone?
L’America ha saputo aprire le porte a Leone che, a sua volta, è riuscito a trovare un ampio stile di comunicazione e di gradimento. Voglio raccontare il cinema e soprattutto la persona, interrogandomi sugli ingredienti, gli ambienti e le figure che hanno contribuito alla nascita del suo talento”.

Nel caso di Leone cosa ha inciso dunque?
“Un elemento su tutti e cioè il fatto che il padre Vincenzo, in arte Roberto Roberti, è stato un grande regista del cinema muto e che la madre era un’attrice. Il cinema ha dominato la sua vita, anche se lui è stato molto autonomo nelle sue scelte e nel coltivare questo sogno.

Ha dovuto, però, fare i conti con un padre che voleva che si laureasse e che iniziasse la carriera cinematografica dal basso, osservando e collaborando sul set anche negli aspetti più umili. Ha fatto anche la comparsa e l’attore seppur improvvisato. Dopodiché ha affrontato i suoi lavori con la maturità della bottega del cinema. Il suo stile viene ripreso ancora oggi”.

Per esempio da Quentin Tarantino.
“E’ significativo che un giovane regista, che seppur di origine italiana ma profondamente radicato nella cultura americana, gli renda omaggio. E’ un modo di dire grazie per il contributo di Leone al genere dei western all’italiana che spesso viene sottovalutato e che è invece vitale, specie in un periodo di crisi in cui non abbiamo più né i produttori né gli attori in grado di eguagliare gli anni ’50 e ’60”.

Perché secondo lei?
“Per la televisione che ha contribuito a sottrarre pubblico di massa. Non nego che ci siano autori importanti, come per esempio Sorrentino e Garrone, ma ciò che manca è un rapporto più fecondo tra chi fa il cinema e il pubblico. Il cinema, infatti, deve tornare a interessare e per avere qualche speranza in più basta insistere sul funzionamento della macchina cinematografica italiana”.

Come mai, però, lo stesso non accade in America?
“Perché l’America ha un bacino linguistico più ampio, mentre il più delle volte, i nostri  film sono tradotti o comunque sottotitolati. L’America parte avvantaggiata. Da sempre, però. Hollywood è stato il modello della cinematografia europea, a cominciare da Cinecittà, e lo è stato per tutto il mondo sovietico e russo. E’ una potenza che non ha rivali. Nemmeno Bollywood in India ha potuto tanto visto che, nonostante l’intensità produttiva e commerciale, non è riuscita ad attecchire perché ha un’utenza limitata al mondo asiatico. L’America arriva ovunque e ha dato vita a un cinema globalizzato anche in anticipo sulla globalizzazione culturale di cui si parla solo dagli ultimi trenta anni”.

Sarà a Caffeina il 30 giugno per un contributo proprio a Sergio Leone. In cosa consiste la serata?
“Presenterò, inizialmente, il libro “Sergio Leone – Quando il cinema era grande” sulla vita e gli aneddoti della sua carriera. Dopo proietterò il documentario “Sergio Leone c’era una volta e ci sarà per sempre”, in cui sarà lui stesso il filo del racconto grazie alle interviste fatte negli anni. E’ un omaggio, oltre che un’analisi spettacolare di un artista, che non è solo un artigiano del cinema, ma uno che ci rappresenta e che rappresenta una visione culturale capace di reggere il confronto con il mondo”.

Perché “rimarrà per sempre”?
“Perché i suoi film continuano a essere visti ovunque. In America, ininterrottamente”.

C’è qualche aneddoto curioso sulla vita del regista?
“A differenza di altri, era un uomo molto riservato e rigoroso nelle sue scelte. Ha portato nel cinema le sue componenti poetiche più forti e cioè i silenzi, i rumori, la musica e i primi piani. Qualcosa che ha rinnovato il settore con delle caratteristiche specifiche che coincidevano con la sua ispirazione. E’ riuscito a orchestrare gli elementi artistici in storie che restano memorabili, proprio perché raccontano leggende, alla stesso modo dei cantastorie”.

In cosa consiste l’attualità di Leone?
“Chi lo vede ancora oggi, lo apprezza. Un film non è attuale per il tema che tratta, ma lo è nel modo in cui tratta un tema. E’ vero, le grandi narrazioni usano sia i personaggi che gli scenari storici per raccontare qualcosa che però non è sempre un’esercitazione, un articolo di giornale o un pedinamento della realtà che vediamo, ma, è di certo qualcosa in più. Qualcosa che scavalca l’apparente per descriverne i retroscena”.

Da cosa dipende il successo del regista?
“Il successo di “Per un pugno di dollari”, in realtà, non è stato immediato, ma lo ha autorizzato a continuare su questa strada. Leone ha alle spalle una lunga carriera di aiuto regista, come per esempio in Ben Hur del ’59, in cui lui ha girato la scena magistrale del film, ossia la corsa delle bighe. Era un uomo di talento che piaceva ai produttori americani e per le sue idee si è conquistato la loro fiducia”.

Qual è il contributo che ha lasciato?
“Quello di un artista che incide e che non viene dimenticato nonostante il passare degli anni. Ogni volta che si rivedono i suoi film – conclude Moscati – se ne riconoscono le qualità durature”.

Paola Pierdomenico 


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13 giugno, 2014

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