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Estate viterbese - La forza delle parole di David Grossman dal palco di Caffeina

“Non sappiamo più parlare una lingua di pace…”

di Stefania Moretti
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Paolo Di Paolo intervista David Grossman

Paolo Di Paolo intervista David Grossman

David Grossman

David Grossman

David Grossman

David Grossman

David Grossman

David Grossman

Il pubblico

Il pubblico

L'intervista a David Grossman

L’intervista a David Grossman

Viterbo – “Non sappiamo più parlare una lingua di pace. Non ci apriamo al punto di vista del nemico. Ci mancano le parole e la generosità di capire l’altro”.

In un solo concetto, David Grossman riassume cent’anni di conflitto arabo-israeliano (fotogallery – slide – video).

L’autore di “Che tu sia per me il coltello” è nato a Gerusalemme. Per lui, che la conosce da sempre, la guerra coi palestinesi è un inferno silenzioso. Senza parole e senza volontà.
Si parla il linguaggio del piombo, dei sassi, della violenza. Un giovane palestinese bruciato vivo al prezzo di tre israeliani sequestrati e uccisi. Il dialogo è un campo di battaglia dove si contano le vittime. La prima è Israele. Vittima di se stessa, secondo Grossman.

“Non ci permettiamo di prendere in mano il nostro destino come dovremmo. La forza militare non può essere l’unico mezzo di confronto con i nostri nemici. Ci serve l’esercito. E ci serve la pace. Altrimenti ogni momento diventa un pretesto per creare odio”.

Le parole di Grossman vibrano dal palco di Caffeina. Non a caso, è stato scelto lui per uno degli incontri più densi di significato dell’intero festival. Quello dedicato alla forza delle parole.

Le sue sono dolcezza e bellezza. Affilate come spade che sanno dove colpire, ma pronunciate lentamente. Non hanno fretta di arrivare al bersaglio, ma puntualmente, lo raggiungono. E mirano al cuore.

Semplicità di gesti. Sguardo azzurro e rassicurante, dietro gli occhiali. Grossman ha l’aria di un professore buono. Di quelli che hanno sempre un consiglio e un sorriso sulla punta delle labbra. Un bagaglio prezioso di esperienze da raccontare. E le parole giuste per farlo. Ma trovarle è una fatica.  

“Noi scrittori cerchiamo sempre le parole più esatte per colmare lo scarto con la realtà. Ho sempre scritto per capire la mia vita, o quella degli altri. Voglio essere invaso dagli altri. Voglio capire cosa significa essere un altro. E’ un tale mistero… Scrivere un personaggio è il modo più vicino possibile per arrivare al filo di luce nascosto nell’altro. Una dolce resa”.

Il pubblico è rapito. Grossman conclude leggendo in ebraico un passo del suo ultimo libro, “Caduti fuori dal tempo”. E accanto a palazzo papale risuonano parole lontane. Di un’altra lingua e un’altra religione.

Piazza San Lorenzo ascolta senza fiatare questo scrittore che trova nella letteratura la chiave per risolvere persino un conflitto tanto difficile come quello israelo-palestinese. Che i libri salvano, non è l’unico a pensarlo. Lo ha detto anche Mauro Corona, venerdì, sempre dal palco di Caffeina. “La letteratura aiuta”, dice Grossman più volte durante l’intervista. Anche Shimon Peres gli ha raccontato che legge i libri di altri paesi prima di qualunque viaggio.

Ma se scrivere è guardarsi dentro o negli occhi, il segreto è tutto qui. Si può fare la pace come si scrive un libro. Fissando il proprio personaggio, con lo sforzo continuo di capirlo. “Di colpo il nemico si fonde e tu ti squagli. E non ci sono più muri. Due esseri umani intrappolati in una situazione impossibile soltanto se saranno abbastanza generosi gli uni con gli altri potranno riscattarsi a vicenda”. Proprio come gli israeliani e i palestinesi.

Stefania Moretti


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6 luglio, 2014

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