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Estate viterbese - Cristina De Stefano racconta la sua Oriana presentando a Caffeina il libro “Oriana. Una donna” sulla biografia della grande giornalista toscana

“Ha deciso di essere una carogna per una delusione d’amore”

di Paola Pierdomenico
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La scrittrice Cristina De Stefano a Caffeina

La scrittrice Cristina De Stefano a Caffeina

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La scrittrice Cristina De Stefano a Caffeina

La scrittrice Cristina De Stefano a Caffeina

Cristina De Stefano presenta la sua biografia su Oriana Fallaci

Cristina De Stefano presenta la sua biografia su Oriana Fallaci

La scrittrice Cristina De Stefano

La scrittrice Cristina De Stefano

Il pubblico in sala Regia

Il pubblico in sala Regia

La scrittrice Cristina De Stefano

La scrittrice Cristina De Stefano

La giornalista Cristina Pallotta

La giornalista Cristina Pallotta

Viterbo – “Ha deciso di essere una carogna per una delusione d’amore”.

Quegli occhi impenetrabili definiti dall’eye liner. La sigaretta sempre in mano e l’accento toscano da burbera. Tratti che hanno reso Oriana Fallaci un simbolo di coraggio e forza d’animo. Determinazione e tenacia. Una donna coraggiosa con una vita ancor più coraggiosa.

Lei che non si è fermata davanti a nulla ed è sempre stata libera delle sue scelte. Cristina De Stefano l’ha descritta in “Oriana. Una donna”, una biografia di cui ieri l’autrice ha parlato a Caffeina. Ma è andata oltre le semplici cronache di vita, mostrando la donna. Una donna, Oriana, che si è trasformata di fronte all’amore e ha mostrato le sue debolezze.  

Un lato sentimentale che è emerso dalle storie in cui la giornalista si è lanciata pur sapendo che le avrebbero fatto male. “E’ arrivata anche a trascurare il suo lavoro – ha detto De Stefano -. Impensabile per una come lei”.

La passione di Oriana per la scrittura nasce da bambina e per l’autrice ha origini lontane. “Oriana cresce in una famiglia umile col padre artigiano e la madre casalinga. Pochi soldi e tanti libri che fin da bambina sono, per lei, sacri. “Il richiamo della foresta” di Jack London è il primo su cui mette le mani. Ad affascinarla di più il cane Buck. Se ne innamora perché lui lotta per la libertà”.

La Fallaci sa di voler scrivere. Da subito. “Un sogno difficile all’epoca. E’ˆ diventata giornalista per mantenersi e diventare poi scrittrice. Inizia nel 1947 e appena 18enne va in un giornale di Firenze per scrivere di cronaca. Era nipote del famoso giornalista Bruno e questo rappresentò per lei una piccola garanzia che le aprì la strada. Il suo talento narrativo era irrefrenabile”.

I direttori se ne accorsero subito. “La sua spudoratezza e la vivacità erano evidenti. A 19 anni parlava coi lettori con un linguaggio diverso rispetto a quello degli altri. Osava e si prendeva tutte le libertà. Inventava. Diceva di voler fare quel lavoro a modo suo, a differenza dei colleghi”.

Colleghi coi quali aveva un rapporto di amore e odio. “Aveva un forte ego per cui non voleva essere trattata con condiscendenza. Se entrava in competizione, inoltre, era anche peggio, perché era ambiziosa e determinata. All’inizio, dunque, era isolata. Amata e odiata dai colleghi e stimata dai direttori che avevano intuito il fuori classe che era in lei e ne assecondavano le potenzialità”.

Dalla cronaca, la giornalista toscana, è passata allo spettacolo. “Una gavetta interessante, perché scriveva di cose frivole ed è così che ha sviluppato la sua cattiveria da intervistatrice. Passa da giornalista mondana a quella politica. Faceva a pezzi le celebrità perché voleva dimostrare che erano persone come noi e non migliori”.

Centrale nel testo è l’incontro con Alfredo Pieroni di cui Oriana si innamora ma che non la ricambia. “Lei ne è consapevole – ha continuato raccontando De Stefano -. Aveva deciso che era l’uomo della sua vita, ma che lui non lo sapeva e che gli sarebbe servito solo un po’ di tempo per capirlo. Sono rimasta impressionata dai carteggi personali e mi sono spesso chiesta se fossero veri. C’erano lettere bellissime. Ho deciso di raccontare questa storia perché per me è uno snodo della vita della Fallaci, questa giovane donna che si innamora per la prima volta e che si comporta come un’adolescente, nonostante i 30 anni.

Quella con Pieroni èˆ una storia umiliante in cui lei accetta tutto, perde un bambino e, a un certo punto, pensa anche di abortire. In un momento di lucidità decide che nella vita bisogna essere carogne. La sua, è una ferita talmente profonda per cui prova anche a uccidersi, e dopo la quale decide di non voler più mostrare le sue debolezze per non essere fatta a pezzi dagli altri. Si è mostrata aggressiva, anche se nel privato era dolce, gentile e ironica. Ha scelto però di mettere la sua vita e il suo lavoro al centro del mondo e così è diventata una grande giornalista con interviste ai politici e servizi da inviata all’estero in cui si è sempre gestita alla perfezione”.

“Penelope alla guerra” è il libro della Fallaci meno noto, ma, per la De Stefano è un vero capolavoro. “E’ il primo romanzo che scrive ed è una specie di manifesto femminista dopo la storia con Pieroni. Inaugura la grande stagione di questa donna che negli anni ’60 diventa famosa e che scrive di politica e si impone al pari dei suoi colleghi uomini”.

De Stefano apprezza la forza della Fallaci e non solo quella d’animo. “Era un donnino minuscolo, ma con un grande coraggio fisico. A influenzarla fu il carattere del padre che venne spesso torturato. E’ stata abituata a essere un soldatino. Da sempre”.

Il lavoro per la Fallaci era totalizzante. “Scrivere per lei era un bisogno fisico e la vita che faceva non era compatibile con le altre persone. Ha semplicemente seguito la sua vocazione per scrivere grandi libri che hanno lasciato un’eredità più duratura di quella che avrebbe lasciato un figlio, raggiungendo tantissime persone”.

De Stefano è stata l’unica scrittrice a essere contattata dal nipote della Fallaci perché si occupasse della biografia. “Mi sono presa dei mesi prima di accettare perché sapevo che il personaggio era complesso e contraddittorio. Una donna che ha diviso il mondo tra chi l’ha amata e chi l’ha odiata. Mi sono convinta solo perché avevo il permesso di guardare le sue carte. Un’opportunità storica. Ho iniziato leggendo i suoi libri, anche due volte. E’ stata un’esperienza”.

Per l’autrice è come aver fatto un cambio d’abito. “Oriana èˆ tragica e non porta leggerezza. Quando ho iniziato coi carteggi, andavo a tentoni perché è una donna vasta, nel senso che ha attraversato la storia e ha cambiato il giornalismo. Non sapevo come raccontarla. In questo, il titolo è stato la mia stella polare perché mi ha fatto capire a cosa restare ancorata. Mi ripetevo di essere umile e non raccontare chissacché, ma la persona. La “creatura”, seguendola passo passo nel suo costruirsi. Sono inciampata spesso nella sua opera, perché tutti i libri sono frutto della sua vita e di quello che ha vissuto”.

De Stefano ha voluto scrivere un libro per la gente. “Il mio lettore tipo era un giovane ventenne a cui volevo dire come questa donna potesse essere ancora oggi un modello umano nella dedizione al lavoro, nel coraggio e nella determinazione. Credo di esserci riuscita. Sarà a breve tradotto in cinese, russo, tedesco, inglese e in altre lingue. Volevo che aiutasse le nuove generazioni a conoscere Oriana. Definirla come “quella dell’Islam” è riduttivo”.

Le ultime pagine dell’opera sono dedicate alla Oriana che si trova a fare i conti con “l’alieno”, quel tumore, che le ha preannunciato la fine della sua vita. “E’ così che si affanna a scrivere il suo romanzo sapendo che sarebbe l’ultimo. Ha sempre detto di seguire la propria vocazione, quello per cui si è portati a fare sulla terra. Non voleva farsi ospedalizzare e non si è curata per concludere il suo lavoro. Si rende conto che il tempo è finito. Tutti in famiglia sono morti di tumore e questo la spaventa e solo perché sa che non potrà più portare avanti la sua passione”.

La Fallaci scompare il 15 settembre del 2006. “Abitava a New York – ha concluso la De Stefano -, ma morire a Firenze è stata la sua ultima volontà. Ha preparato tutto per quel giorno e ha lasciato le disposizioni, mettendo quasi in scena la sua fine. Aveva paura della morte e questo è stato il suo modo di controllarla. Di controllare, come sempre faceva, la situazione”.

Paola Pierdomenico


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6 luglio, 2014

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