Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ventinove dicembre 1992. Non dimenticherò mai il 17esimo compleanno di Fiammetta.
Di lì a poco, pochi giorni dopo, ne avrei compiuti 18. La maggiore età che fu solo l’inizio di uno strano periodo di guai e slanci romantici del cuore, gli alambicchi della passione.
Da qualche parte bisognava pur cominciare. Dico oggi. Ed iniziai da lì, dai Litfiba, Pierò Pelù e Ghigo Renzulli.
A Tre Croci, posto sperduto e scapestrato, dove si salutava ancora passare il treno, tra discese a scapicollo dalle coste a ridosso dei campetti sportivi, dove il Tango la faceva da padrone e i palloni sembravano fatti d’acrilico. A cavallo di sedili posteriori di auto saccheggiate per l’occasione con indosso i pantaloni comprati al mercato del martedì mattina.
Ci buttavamo giù dalla rupe tutti i lunedì e giovedì, prima degli allenamenti. A tirar calci vestiti con maglioni misto lana che avere in casa quel bottiglione a collo stretto – “lavati con Perlana” – dava il senso dello status e dell’ascesa sociale.
“La scrittura è la distruzione di ogni voce – scrive Roland Barthes – l’autore entra nella propria morte”. E “la scrittura comincia”, con i suoi riflessi. Ed io che ho continuato a sbatterci contro, incapace di dire la verità quando il mio sogno sarebbe stato quello di scappare portandosi dietro soltanto quella.
Senza rinunciare al rischio e alla sua forza. Alla parola che non dice più niente agli altri e a se stessa, che si abbandona completamente alla contemplazione orgogliosa della propria immagine. Senza alcuna certezza definitiva, “imbroglio ai limiti dell’imbroglio”. Ma sicuri di nulla e inquieti.
Ventinove dicembre 1992, Raffaele – nella pausa tra rituali di corteggiamento e approcci pied-à-terre – mise su una di quelle stereo cassette da tremila lire registrate alla bisogna. Le mode, in periferia, arrivano dopo. E occupano tutto il tuo tempo. Custodi di luoghi brulicanti di gente che non vedrai più, se non per il compleanno di Fiammetta, l’ultimo ch’hai bazzicato senza troppi indugi.
I Litfiba: El Diablo. Ch’io non sapevo manco chi fossero. Abituato solo a Rmt e alle botte “de la mi mamma” che se l’ascoltava e ci rincorreva per le strade sterrate e in salita del paese.
Dove l’Italia entrava solo per i Mondiali e dalle finestre attorno c’era chi infieriva – “daje giù, Pina, mena forte!” – e chi invece prendeva le parti del fuggitivo che tanto la sera a casa doveva tornare. Litfiba, già la parola mi incuriosiva. In sé e per sé, come un trattato “Working Class” di cui ero e resto figlio.
Piero Pelù e quella voce che si gonfiava nella gola come i “rimastini” sul tappetino “davanti” dalla parte del passeggero che poi ci fermavamo a raccogliere meticolosamente, memori delle spigolature raccontate a veglia, canti di guerra e cuscini a terra dove noi ci sedevamo da bambini in ascolto e in mezzo alle orchidee. “Al tempo delle vespe d’oro Quando al sambuco Si fanno dolci le midolla”.
Meglio Baglioni, però. Nulla a che vedere con Demetrio Stratos, Living Theatre e riviste con la A cerchiata dove si imparava renitenza e resistenza. Il rosso e il nero, abbagliati da un Marco Van Basten come a pochi passi dall’Efebo di Mozia in mostra a Venezia nel ’97. Mesi in cui ero innamorato di una ragazza con i capelli rossi, avevo un PK 50 e appena fregato 100mila lire spese per regalarle un mazzo di fiori.
Tornando a casa, cantavo Tzinganata. Per me la più bella. E mi sentì passare la mamma d’Antonio che pensò che “non ce stavo”. Non ce stavo tutto. E pochi giorni dopo la ragazza con i capelli rossi mi ha lasciato. Ciononostante, di lì a poco sarebbe uscito “Terremoto”.
Me l’avrebbe regalato mia cugina Federica per il compleanno. Mi consolai subito. Anzi, dai Litfiba – Proibito, Apapaia, Prima guardia, Desaparecido – iniziai a sentire ben altro, a ripercorrere tutto buttando di nuovo l’occhio su certa musica italiana solo dopo aver letto “L’orda d’oro” di Balestrini e Moroni.
Prima ancora di Tronti, Negri e l’Autonomia Operaia. Doors, Grateful Dead, Black Sabbath, Jefferson Airplaine, Area, Miles Davis, Linea 77, System of a Down, Gaznevada, CCCP-CSI-Offlaga Disco Pax.
Al punto che i Litfiba non li ascoltai più, me li dimenticai, mettendomi in testa solo di farmi crescere i capelli. Alla fine ce l’ho fatta, non mi sono caduti e l’ho tenuti, ma li volevo subito e pensai che facendomi la permanente risolvessi il problema. Non l’ho fatto. Soltanto che per farmeli allungare dovevo fregare mio padre che non li voleva e per di più era calvo. Fu più semplice del previsto: andavo dal barbiere, me li facevo spuntare, raggiungendo con lui un gentlemen’s agreement perché non lo dicesse al babbo. Tornandomene, me li appuntavo con quei becchetti metallici perché sembrassero più corti. Mio padre ci cascò e alla fine si ritrovò il figlio chiome al vento e fino al culo che ancor oggi non si spiega come abbia fatto, proprio sotto i suoi occhi.
Madri indulgenti e anni tra i peggiori. Le stragi del ’92 e quelle del ’93, le tangenti. Anni in cui avevamo imparato da poco a capire il verso della falce e martello, a disegnarla come si deve, ad immaginarla sui muri graffiata con quelle bombolette che poi davamo fuoco al panno e alla benzina avvolta attorno, con quell’odore così denso di sciagure e tagli al costo del lavoro. E poi la falce e martello ce la sostituirono con la Quercia che non sapevamo più soltanto da che verso guardala, ma anche come prenderla. E successivamente, sentirci dire ancora “ma anche” decine di volte, in decine di comizi e cene elettorali.
Venne giù tutto e di tutto, pure l’URSS, ma non ci dispiacque – ci colpì di più il ragazzo davanti ai carri armati a Piazza Tienammen, senza troppi approfondimenti, un canto che ci parve bellissimo – perché quel nome, URSS, proprio non ci piaceva. Non per il sogno, ma per il senso cacofonico che gli davamo. Ci faceva pensare, ahimé, a una ragazza che da bambini prendevamo in giro chiamandola Ursula come se quel suono contenesse in sé un giudizio estetico. Oppure, ma lo capimmo più tardi, l’epitaffio di uscita da un periodo storico.
Ci siamo adattati e ci hanno rispediti tutti in quei cortili e liete meraviglie da cui eravamo venuti senza che ci avessero mai toccato veramente né fame né miseria. Solo i banchi dei bravi e dei somari in scuole elementari dell’altro secolo. Non s’adattarono invece “Quelli della notte”.
Pure loro sentivano i Litfiba. “Tex” la preferita. Fecero caciara e casini a palate. Si giocava di rapina e nevicava l’universo. Restarono in braghe corte. Da stoccafissi, dopo tutto quello sforzo. Qualche botta di troppo e qualcuno che se ne volò giù dal ponte. Lì, a Blera.
Ricordo però tutti, ancora a Montefogliano, immenso e botanico mistero. A far finta di niente con dosi di coraggio ed impazienza ben in evidenza che valsero tanto quanto l’alpinismo estremo.
Quell’anno facevo il Liceo. Il Classico al Buratti. L’anno dopo, dopo il ‘92, a giugno mi beccai 4 materie: latino, greco, matematica e fisica. Tutte col 3, e a settembre mi bocciarono. E, in quell’estate inutilmente bella, collezionai ben quattro “non classificato” e i primi segni dell’anoressia.
Ma ne valse la pena, dolorosa trasmissione di valori e cambio di pelle. Nessuno di noi smise però d’ascoltare i Litfiba. Passammo semplicemente altrove.
Al resto di niente, dove l’amor mio non muore… Perché non siamo stati noi i barbari, e nessuno di noi è il colpevole.
Daniele Camilli
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