Viterbo – (p.p.) – “Questa è una pazza visionaria” (fotocronaca – slideshow).
Ci ride su Corrado Formigli nel parlare di Benedetta Bruzziches, la giovane creatrice di borse tra i protagonisti del suo libro “Impresa impossibile” che ieri il conduttore di Servizio pubblico, in onda su La 7, ha presentato a Caffeina.
Benedetta nasce a Caprarola. E’ lei la più giovane delle storie del libro di Formigli. Durante l’incontro nel cortile di Palazzo dei Priori, il giornalista l’ha invitata sul palco. La protagonista che prende forma e si racconta. Luminosa e con un grande fiore rosso che le raccoglieva i capelli sul lato sinistro, Benedetta ha iniziato a parlare della sua avventura.
E’ stata un vortice. Ha parlato. Parlato. Parlato. Senza che nessuno potesse interromperla. Il pubblico ha percepito il suo dirompente entusiasmo. “Ho scoperto di essere un’imprenditrice dal libro di Formigli – ha detto la Bruzziches -, prima credevo di essere una stilista di moda. Sono molto emozionata a parlare di fronte alla mia famiglia che è stata sempre molto attenta alle mie inclinazioni. Mi hanno lasciato fare ciò che mi piaceva ed è così che le cose ti riescono”.
Curioso l’aneddoto legato alla sua prima borsa. “Un giorno uscii con l’annaffiatoio, che è stata la mia prima creazione. Mia madre mi vide e mi disse che qualcuno avrebbe potuto pensare che non fossi tanto normale. Ma non mi vietò di metterla. Io c’ho attaccato su un fiore e sono uscita. Quella, per me, è stata una palestra. Ho sempre vissuto la moda come una comunicazione personale. Le borse per me sono talismani per le donne, fatti dalle mani delle donne della Tuscia”.
La sua avventura inizia in un’ascensore dopo l’incontro con un indiano. “Mi ha detto di seguirlo per fare borse nel suo paese. Ho girato l’India, la Cina e il Brasile, poi sono rientrata a casa con l’intento di presentare una mia collezione. All’inizio, però, nessuno voleva investire su di me per cui ho fatto autonomamente. Si trattava non solo disegnare la collezione, ma di produrla e comunicarla al mondo. Mi sono fatta fare i baci di dama con le nocciole Caprarola, ho preso il camioncino di mio zio e con mio fratello siamo partiti per Milano”.
Un gesto da cui è nato uno slogan. “Il tempo di un biscotto per guardare la collezione. Stavamo in un corridoio alla fine della fiera. Ma quella è stata la nostra fortuna perché arrivato il nostro turno, tutti avevano una gran fame e, nel tempo in cui assaggiavano il biscotto, noi raccontavamo le creazioni. Se crediamo in quello che facciamo, tutto è possibile. Tutto succede”.
Non sono mancati gli ostacoli, ma Benedetta non si è lasciata scoraggiare. “Vivo nella patria della bellezza delle cose che produciamo. Ho deciso quindi di fare qui tutto il lavoro e ho iniziato a guardarmi intorno, venendo a sapere che Viterbo è il bacino della maglieria fatta a mano. Il circuito delle comari che lavorano a casa. Le ho cercate per farmi aiutare e, parlando con una di loro, mi disse che in quel momento lavorava in un pollaio. Lei, una donna che, come si dice da me, faceva gli occhi alle pulci, aveva buttato tutto all’aria. Le signore erano tristi e non tanto per aver perso il lavoro, ma per non poter più tramandare quell’eredità e non avere la possibilità di stare insieme. Nella condivisione, infatti, si cresce”.
Così nascono gli Artigianauti. “E’ un progetto che serve per raccontare la forza di fare le cose con le mani. Abbiamo le mani per costruire tutto”. A questo punto, Formigli l’ha bloccata. “Voglio fare un po’ di critica – ha detto il giornalista -. Da te, è mai venuto un politico o un amministratore per chiederti come aiutarti nel processo creativo? Ecco – ha aggiunto Formigli al cenno negativo della Bruzziches -, non c’e niente in questo paese che sostenga quelle come lei”.
Il racconto è dunque continuato. “Mi sono lanciata con follia e incoscienza, non conoscendo le responsabilità di questo mestiere – ha ripreso la stilista -. Se non avessi potuto fare affidamento sul lavoro gratuito della mia famiglia e dei miei amici, probabilmente, non sarei qui”.
Dal palco Benedetta ha anche svelato delle anticipazioni. “Voglio recuperare la tecnica dell’intarsio degli artigiani di Sorrento. Loro producono delle scatole che, onestamente, non comprerei mai. Una borsa fatta lavorando il legno, invece, sarebbe un acquisto sicuro. Voglio riattualizzare la tecnica di questi artigiani che non hanno soldi per portarla avant. Una delusione che nun je se po’ da’”, ha concluso ironica in dialetto.
Oltre a Benedetta, nel libro di Formigli, ci sono altre sette storie. “Sono eroi che tenacemente hanno deciso portare avanti le loro idee – ha spiegato l’autore – . Ho scelto imprenditori che non dovevano far parte dello star system, sui quali non si era mai detto e che, soprattutto, avevano deciso di investire in Italia. Ho scoperto uomini e donne veri”.
C’è Michle Alessi dell’azienda piemontese di oggetti di design. “Ha 300 dipendenti e di fronte al calo dell’ordine interno, è costretto a mandare in cassa integrazione i suoi lavoratori. Lui non ci sta. Non li vuole umiliare, per questo li tiene e gli fa fare lavori socialmente utili per il comune di Omegna che non aveva soldi. Prima di pensare cosa la lo stato potesse fare per lui, ha pensato a cosa potesse fare lui per i suoi operai. Non sfrutta la crisi per scaricare i costi sulla collettività”.
Poi c’è la storia di Fabrizio Rigolio. “Sembra uscito dalla California e costruisce accessori per le moto in carbonio. Ha alle dipendenze dei nerd, sfigati, con gli occhialoni che disegnano tutto il giorno. Suo papà era un meccanico come tanti altri ed è stato inghiottito dalla crisi. Fabrizio, però, ha deciso di invertire la tendenza, iniziando a produrre di meno, ma cose più belle che fa pagare di più. Mette, in pratica, un valore aggiunto che è la bellezza, tratto distintivo del nostro paese”.
Un cenno anche a Pietro Parisi, lo chef della terra dei fuochi. “Ha girato il mondo ed è tornato a Palma Campania per aprire un ristorante con il lavoro dei contadini che paga bene in cambio di qualità. Da piccolo, era compagno di giochi dei camorristi, ma la camorra la tiene lontana perché quando gli sono andati a chiedere di lavorare e si sono resi conto dei ritmi, non si sono più presentati. Nonostante questi episodi, il libro non è ottimista – ha precisato – . La crisi italiana è il fallimento di una classe imprenditoriale che non ha investito o creduto nel paese quando doveva farlo”.
Tante le cose da cambiare nel bel paese per il giornalista. “Di fronte alla crisi, il primo che passa dice che la colpa è dell’euro, della politica o dello stato. Le otto storie che descrivo nel mio libro parlano di personaggi che hanno avuto il coraggio di cambiare le cose e ci hanno messo la faccia. La crisi fa una selezione spietata e invece di prendercela con la politica, prendiamocela con noi stessi che quella classe ce l’abbiamo messa e poi non l’abbiamo sorvegliata consentendo certi atteggiamenti”.
Paola Pierdomenico
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