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Estate viterbese - Selvaggia Lucarelli parla a Caffeina del suo libro "Che ci importa del mondo" raccontandosi come donna

“560 pagine e tre anni per superare una storia d’amore finita male”

di Paola Pierdomenico
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Selvaggia Lucarelli

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Selvaggia Lucarelli

Selvaggia Lucarelli

Selvaggia Lucarelli

Selvaggia Lucarelli

Selvaggia Lucarelli

Selvaggia Lucarelli

Selvaggia Lucarelli

Viterbo – “Il mio è un invito moderno al corteggiamento passato”.

Appariscente. Intraprendente. In tacco 12. Guai, però, ad accostarla alle protagoniste di “Sex and the city”, il serial che spopola in America e nel mondo parlando delle avventure di quattro ardite donne single. Selvaggia Lucarelli si dice semplicemente una donna e si racconta per quella che è, con i suoi pregi e i suoi difetti (fotocronaca).

Blogger, giornalista, opinionista e ora anche scrittrice, ieri a Caffeina, ha presentato il suo libro d’esordio “Che ci importa del mondo” che per lei è stato terapeutico. “560 pagine e tre anni. Tanto mi ci è voluto per superare una storia d’amore finita male“, ha detto ironica.

Selvaggia inizia a scrivere grazie alla tecnologia. “Un mio amico web master – ha detto la Lucarelli al pubblico di piazza del Ginnasio – mi ha regalato un blog per il compleanno. Da sola non mi sarei mai avvicinata a questa dimensione. Quella è stata la mia fortuna. Sono stata la persona giusta al momento giusto”.

Poi il passaggio ai social network. “Uso Internet perché c’è chi come te – ha detto scherzando al giornalista che la intervistava – non legge il quotidiano Libero, su cui scrivo, per ragioni ideologiche”. Quindi l’approdo al romanzo. “Volevo fosse fedele allo stile ironico e sarcastico che uso sul social. Non un esempio di chick lit, letteratura per “pollastre”. Desideravo una storia in cui le donne ritrovassero i loro sentimenti e, al tempo stesso, desideravo un manuale per gli uomini”.

Il suo alter ego sulla carta è Viola, opinionista tv di successo che, dopo un matrimonio lampo, vive sola con il figlio Orlando. L’idea del libro nasce proprio da una delusione d’amore. “Spesso capita di incontrare i cosiddetti vampiri emotivi che ti risucchiano e costruiscono la loro autostima, distruggendo quella di chi gli sta accanto. Per superare una storia del genere, a me, ci sono voluti tre anni e un libro di 560 pagine”.

Nessun cinismo tra le pagine dell’opera. Solo una storia per dedicata ai sentimentali. “E’ un invito moderno a tornare al corteggiamento. Quando ero ragazzina, sia quello fatto che quello subìto, era un vero investimento di tempo. Ora è l’opposto perché in giro c’è tanta fuffa”. Con la tecnologia, per la Lucarelli, gli uomini e le donne si sono paradossalmente allontanati. “E’ un alibi per non fare. Prima gli uomini avevano la spina dorsale di invitare fuori le donne. Ora, invece, hanno la spina attaccata dell’iPhone. Siamo tutti accessibili e raggiungibili, ma nessuno ci vuole raggiungere. Io per esempio, ho tanti fidanzati che non ho conosciuto. Sul mio telefono ci sono whatsappate di tre mesi. Una relazione, in pratica. Eppure sono tutte persone che non ho mai visto. I rapporti di adesso sono un passatempo. Un sudoku. Oggi c’è tanta pigrizia mentale. E poi c’è paura, che è una delle parole più frequenti nei primi dieci minuti di un appuntamento. Paura di perdere la propria libertà e i propri spazi. E’ così che non si investe più sui sentimenti”.

Il titolo del romanzo ha origine nella musica. “Nasce dalla mia ricerca spasmodica su testi delle canzoni di cantautori italiani. Mi ha ispirato una frase de “Il bacio sulla bocca” di Ivano Fossati che è uno dei miei preferiti”. La protagonista Viola lavora in tv. Dal salotto di Giusy Speranza strappa applausi e riscuote anche critiche. “In Giusy Speranza, che è una presentatrice un po’ trash, c’è chi ci vede Mara Venier, chi la Panicucci e chi la D’Urso. Chissà – ha detto vaga alzando gli occhi al cielo per poi aggiungere  -. Sì, è la D’Urso – ha ammesso scherzando – ma che rimanga tra noi”. E’ infatti noto che tra le due non scorra buon sangue.

Centrale, oltre l’amore, è anche l’amicizia. “Nel testo c’è testuggine e cioè un gruppo reato da quattro amiche su whatsapp e il vero terrore degli uomini, perché è lì che si possono bocciare persone per una frase infelice, un emoticon sbagliato o una virgola in più. A volte hai di fronte grandi direttori di marketing che fanno conference call coi giapponesi e poi, di notte, ti chiedono di inviargli una “fotina”. Ma come si fa, dico io. Sono terrorizzata dal fatto di spaventare gli uomini, ma poi mi dico che se abbiamo un cervello e se ci siamo emancipate, non siamo di certo noi a dover far un passo indietro. Sono gli uomini a doverne fare uno in avanti. Altrimenti, che si tenessero le gatte morte che non parlano”.

Selvaggia affida a Facebook gran parte dei suoi pensieri. “E’ stata una palestra di scrittura in cui mi sono espressa con stili diversi. Le riflessioni restano e sono un termometro dei gusti della gente, anche se imprevedibile. Dieci giorni fa, per esempio, durante un viaggio in treno, ho messo un post per sollecitare un uomo a decidersi. Mi sembrava una sciocchezza e invece ha ottenuto qualcosa come 30mila like. Non amo invece Twitter che, per me, è una gara all’aforisma che si brucia e invecchia in pochi minuti”.

Nel testo la Lucarelli racconta anche la maternità. “Viola, la protagonista, si sente inadeguata al ruolo di madre perché non possiamo esserlo h 24. Noi donne siamo anche fidanzate, amiche solidali e lavoratrici. Ogni settore si alimenta a vicenda e rende più felice l’altro. Sono madre ed è scontato che mio figlio sia la priorità. Non serve dirlo. Guardo il mondo attraverso i suoi occhi. E’ la cosa più importante che ho, ma insieme a tante altre. Orlando, il figlio della protagonista del libro, rappresenta la giustizia che rimette sempre le cose apposto, nonostante i suoi genitori così così. Legge tutto con ironia e li giustifica. Non credo che i nostri figli siano protesi o prolungamenti di noi stessi. Il bello è che sono mondi a sé”.

Tra i protagonisti del libro, c’è anche Milano. “Più le città sono scontrose, aride, inaccessibile e burbere, più me ne innamoro. Un po’ come gli uomini. Milano non ti abbaglia come le altre, ma si lascia scoprire un po’ alla volta. E’ una città generosa e meritocratica. Mi ha dato ordine, rendendomi più disciplinata. E poi non è vero che i milanesi sono freddi. Sono rispettosi del pudore e degli spazi altrui. Qui l’amicizia è fondamentale perché siamo tutti un po’ sradicati”.

Parlando di amici, la Lucarelli, ha fatto riferimento ad alcune ragazze di Viterbo e ha anche scherzato sul fratello che spesso è nella città dei papi. “Lo chiamano “il Pitone” perché a Ibiza si vestiva pitonato. Purtroppo è un grillino – ha scherzato -, ma che ci volete fare, tutti noi abbiamo almeno un parente grillino in famiglia”.

Le vendite del libro stanno andando bene. “Ho successo, permettetemi il termine, perché sono ben voluta dalle donne. Una cosa che è difficile. Non sono mai riuscita a creare un’aurea di perfezione intorno a me, anche perché perfetta non sono. Mi piace raccontarmi per quello che sono. Un difetto, elaborandolo, può diventare un punto di forza”. Prima del successo non è mancata qualche disavventura. “Scrivere un romanzo è un po’ come la gestazione di un figlio. Il mio cesareo, ossia l’uscita, era fissato per il 2 aprile. Il giorno prima riguardo il testo per ricercare una cosa da mandare al mio giornale, ma mi accorgo che non avevano stampato il secondo capitolo. 13mila copie sono andate al macero. Lo hanno dovuto ristampare ed è uscito con una settimana di ritardo. E’ stato il momento più difficile della mia vita, in cui mio figlio mi ha davvero dovuto consolare”.

Selvaggia non ha ancora chiaro il futuro. “Non so se scriverò a breve – ha concluso -. Forse riprenderò a settembre, ma con una forma più drammatica. Con questo libro, mi sono esercitata sul sarcasmo dei costumi. I personaggi mi abitavano dentro, suggerendomi la strada. E la storia si è scritta da sé. Per la prossima avventura, vorrei un libro in cui si piange di più”.

Paola Pierdomenico 


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5 luglio, 2014

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