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Processo Dazio - Corruzione - Tangente da 10mila euro per sveltire una pratica - Condannati i due imprenditori padre e figlio e l'ex funzionario regionale

Due anni e mezzo per i Chiavarino e De Paolis

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Una delle intercettazioni ambientali raccolte per l'inchiesta "Dazio"

Una delle intercettazioni ambientali raccolte nell’inchiesta “Dazio”

L'imprenditore Domenico Chiavarino

L’imprenditore Domenico Chiavarino

Dario Chiavarino

Dario Chiavarino

Viterbo – (s.m.) – Due anni e mezzo per tutti, senza distinzioni.

A tanto il tribunale di Viterbo ha condannato in primo grado Giuseppe De Paolis, Domenico e Dario Chiavarino.

Corruzione l’accusa di cui rispondevano l’ex funzionario regionale e i due imprenditori di Celleno, padre e figlio. Tutto in relazione alla cava di Montevareccio che i Chiavarino volevano riattivare e per la quale avrebbero sborsato una tangente da 10mila euro, arrivata a De Paolis con l’intermediazione dell’allora caposervizio comunale Massimo Scapigliati.

Una sentenza che arriva cinque anni dopo gli arresti del settembre 2009 a opera della forestale.  L’operazione prendeva il nome di “Dazio”, come i presunti “dazi” percepiti dai due funzionari della Soprintendenza e da De Paolis, mentre i Chiavarino pagavano e Scapigliati faceva da tramite. Tangenti che sarebbero servite, nell’ottica accusatoria, a “oliare meglio” la macchina della burocrazia, tra pratiche sveltite e autorizzazioni concesse con gli occhi chiusi sui vincoli paesaggistici.

Un capitolo che si è chiuso quasi subito col patteggiamento per Scapigliati e i funzionari Giovannino Fatica e Antonio Di Cioccio. Mentre per gli altri tre il processo è continuato fino a oggi, restringendo l’oggetto del contenere alla mazzetta da 10mila euro per far ripartire la vecchia cava di Montevareccio.

Cava di fatto rimasta inerte. Anche su questo puntava la difesa Chiavarino: se agli imprenditori si contestava di aver chiesto la messa in sicurezza per ottenere la ripresa degli scavi, nessuna delle due attività è mai stata svolta, perché la cava restò intatta. E quanto a De Paolis, ha sempre smentito di aver preso mazzette per sveltire pratiche, tantomeno dai Chiavarino, conosciuti in carcere all’indomani del blitz.

E’ il processo delle tangenti definite in codice come “auguri” o “bottiglie di vino”, con il balletto delle intercettazioni sullo sfondo: prima azzerate, poi riammesse e legittimate perfino dalla Cassazione, hanno tenuto banco in non poche udienze. Presenti fino all’ultimo, quando l’accusa ha scelto di farle ascoltare in aula, e trattate da subito come prova regina.

Per Domenico Chiavarino è la seconda stangata in meno di due mesi. L’imprenditore di Celleno, ancora in attesa di giudizio in altri due procedimenti, è reduce da una condanna a due anni e quattro mesi per le cave abusive a Civitella d’Agliano, in combutta con l’allora sindaco Roberto Mancini. Oggi la seconda, pesante più dell’altra.

Anche stavolta il tribunale ha sposato in toto le tesi dell’accusa, giungendo a conclusioni più severe dei pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci. La loro richiesta era di 2 anni e 4 mesi per De Paolis e Domenico Chiavarino; due per il figlio Dario. I giudici, invece, hanno equiparato le posizioni: due anni e mezzo per tutti, con cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, più la confisca di 10mila euro a De Paolis, per equivalente alla tangente. E infine, il risarcimento in solido al comune di Viterbo, costituito parte civile.


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15 luglio, 2014

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