Giallo di Gradoli - La 27enne moldava, demotivata in carcere - Il suo legale: "Voleva rinunciare al ricorso"
di Stefania Moretti
 Ala Ceoban, ascoltata in aula al processo di primo grado |
 Ala Ceoban e il suo legale Pierfrancesco Bruno dopo la lettura della sentenza di primo grado |
 Paolo Esposito |
 Tatiana Ceoban |
 Elena Ceoban, la figlia di Tatiana, scomparsa insieme a lei |
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– “Ala è stanca e depressa. Voleva rinunciare al ricorso e rendere definitiva la sentenza d’appello, ma le ho spiegato che ha impugnato la procura. Quindi, tanto valeva andare fino in fondo con le nostre richieste”.
L’avvocato di Ala Ceoban è pronto a una nuova battaglia. La sua cliente, un po’ meno.
Pierfrancesco Bruno ha tempo fino al 13 novembre per depositare il ricorso in Cassazione. Sarà un ricorso “incidentale”, come si definisce nel linguaggio giuridico. Subordinato a quello già avanzato dal pg della Corte d’Appello Alberto Cozzella. Conterrà tutti i motivi per cui, secondo l’avvocato Bruno, Ala non doveva essere condannata né per favoreggiamento, né per l’occultamento dei cadaveri di sua sorella Tatiana e sua nipote Elena, madre e figlia moldave scomparse da Gradoli il 30 maggio 2009.
Per i giudici Ala aveva almeno un movente, che era la storia con Paolo Esposito, il convivente di sua sorella. Teoricamente suo cognato. Ma in pratica, Tania e Paolo vivevano separati in casa e la relazione con Ala andava avanti dal 2006.
Condannata in primo grado all’ergastolo come il suo uomo, la badante 27enne ha visto la pena restringersi a otto anni in appello. Le è rimasta l’accusa di occultamento di cadavere, ma quella di duplice omicidio è diventata favoreggiamento.
“E’ come se la Corte avesse in qualche modo equiparato l’omicidio al favoreggiamento. Non può essere – spiega l’avvocato Bruno -. Sono due reati a sé stanti. Diverso sarebbe stato se avessero rinunciato a contestare l’omicidio, argomentando che c’erano gli estremi per il favoreggiamento. La Corte, secondo noi, avrebbe dovuto rimettere gli atti alla procura e procedere per favoreggiamento. Questa è la nostra linea”.
Ala, però, non era convinta. Dopo la sentenza di appello si è scoraggiata. Continua a trincerarsi nella sua solitudine, ma non ha più la tempra di un anno e mezzo fa. E’ depressa. Provata fisicamente e moralmente. Partecipa anche meno alle attività del carcere.
All’inizio era tentata di mollare l’idea del ricorso e pazientare ancora un po’ per la semilibertà. La soluzione più rapida, indolore e conveniente. “Tra sette-otto mesi potrebbe già cominciare a beneficiarne – spiega il suo avvocato -. In carcere ha sempre avuto un comportamento irreprensibile. A luglio dell’anno prossimo avrà già scontato metà della pena complessiva. Le mancherebbero gli altri quattro anni ma, considerata la buona condotta, che sono 45 giorni di carcere in meno ogni sei mesi, in poco più di tre anni potrebbe essere affidata ai servizi sociali e potrebbe uscire. Finché continua il processo, invece, resta soggetta al regime della custodia cautelare”.
Tagliati anche i ponti con Esposito. Lui l’ha cercata, di recente. Le ha scritto una lettera che lei ha fatto rimandare indietro. “Ha deciso che vuole sospendere i contatti, per ora. E’ una mera scelta processuale: finché va avanti il processo preferisce così”.
Le uniche visite che riceve sono ancora e sempre quelle degli avvocati Bruno e Fabrizio Berna. Di incontrare la madre Elena Nekifor, Ala continua a non volerne sapere.
Stefania Moretti
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