– “Non vogliono la verità. Vogliono confessioni. E noi a questo gioco al massacro non partecipiamo. Diciamo no alla strategia del terrore dei pm”.
L’avvocato Carmelo Ratano è un fiume in piena dopo il rigetto dei suoi ricorsi al tribunale del Riesame. Nell’inchiesta sull’appaltopoli viterbese, gli spetta un compito delicato: difendere Roberto Lanzi, il funzionario del Genio civile che ha battezzato la maxi inchiesta per corruzione e turbativa d’asta (Genio e sregolatezza).
Arrestato due volte – come gli altri 11 coindagati – Lanzi è coinvolto in 15 delle 26 presunte gare truccate scoperte dai magistrati viterbesi. Ma la “strategia del terrore dei pm”, come la chiama l’avvocato Ratano, con lui non attacca. “Non abbiamo parlato agli interrogatori di garanzia e non lo faremo adesso – spiega il difensore -. Con noi la strategia del terrore dei pm non funziona. Il ricorso per Cassazione, contro il no del Riesame alla scarcerazione, è già pronto. A gennaio, probabilmente, sapremo la data dell’udienza. Aspettiamo. Prima o poi Lanzi uscirà dal carcere e quando lo farà, avremo tempo di svolgere tutte le nostre indagini difensive”.
E’ proprio questo, per l’avvocato, il motivo per cui i pm hanno interesse a tenerlo dentro il più possibile. “Se Lanzi è in carcere noi non possiamo ricostruire, gara per gara, quello che è successo – continua Ratano -. Avevamo iniziato a farlo nell’intervallo tra un arresto e l’altro. Ma abbiamo avuto appena qualche giorno, che comunque è bastato per mettere a fuoco almeno un paio di circostanze che sono esattamente l’opposto del quadro prospettato dai pm. La verità è che siamo in grado di smontare pezzo per pezzo questo castello. Quindi, la procura ha paura”.
Ma allora perché non parlare? Lanzi si dice tranquillo e convinto di poter spiegare. Eppure non ha aperto bocca agli interrogatori di garanzia. “L’idea che mi sono fatto è che gli inquirenti non vogliono la verità. Vogliono di più. Colpevoli che parlino, anche se non c’è niente da dire e anche se il processo va fatto dopo. Lanzi e gli altri indagati ancora in carcere stanno già pagando, come se le loro responsabilità siano già state accertate. Non è così”.
Anche la scelta delle misure cautelari, per Ratano, lascia molto a desiderare. “Perché il carcere? – si chiede – Gli arresti domiciliari sarebbero bastati a mettere al riparo da qualsiasi pericolo di inquinamento delle prove e reiterazione del reato. Invece, sempre per la strategia del terrore, sono state spedite in carcere dieci persone ed è stata intercettata mezza Viterbo. Ecco svelato anche il motivo per cui questa inchiesta non trova il consenso della città. Entro l’anno prossimo il tessuto imprenditoriale viterbese sarà distrutto. L’inchiesta coinvolge trenta aziende, tutte sul lastrico”.
Ma ci sono anche le ditte rimaste fuori dal maxi fascicolo viterbese. Se il meccanismo di spartizione degli appalti ipotizzato dalla procura risultasse vero, ci sarebbero almeno altrettante aziende fallite prima dell’inchiesta. Tagliate fuori da quel presunto oligopolio delle gare che, per gli inquirenti, è cosa certa. “Anche questo andrà verificato al processo – conclude Ratano -. Per ora, tutto quello che vedo è una serie di accuse infondate e di intercettazioni interpretabili in tanti modi”.
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