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Lotta al caporalato - L'allevatore arrestato martedì si difende davanti al gip - La difesa chiede la revoca dei domiciliari: "Perché possa continuare ad accudire le greggi"

“Non sfruttavo i pastori e non erano alloggiati in una catapecchia”

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Il pm Stefano D'Arma

Il pm Stefano D’Arma

Giovanni Labate, avvocato dei genitori dei bambini

L’avvocato Giovanni Labate

Viterbo – (sil.co.) – Pastori sfruttati, pagati un euro e cinquanta all’ora e e alloggiati in una catapecchia, l’allevatore arrestato martedì dai carabinieri si difende davanti al gip Savina Paoli. E’ finito nei guai in seguito alla denuncia di quattro lavoratori stranieri, un romeno e tre africani. 

Si è svolto ieri mattina in tribunale, davanti al gip Savina Poli, l’interrogatorio di garanzia dell’allevatore d’origine sarda Pietro Biagio Cherchi, 72 anni, attivo a Viterbo nel settore ovino e caprino, assistito da Giovanni Labate.

L’uomo, ai domiciliari dall’8 ottobre su richiesta del pm Stefano D’Arma con l’accusa di sfruttamento dei lavoratori, ha riposto alle domande del giudice per le indagini preliminari, negando ogni addebito. 

“Non sfruttavo i pastori e non erano alloggiati in una catapecchia”, avrebbe detto al gip il 72enne, sottolinenando di condurre lui stesso, per non abbandonare le greggi, una vita spartana, analoga a quella che avrebbe imposto ai suoi pastori. 

“Il mio assistito ha spiegato come l’alloggio consista in un appartamento di 100 metri quadri, con tre camere da letto. E’ vero: il casale, che lui ha in comodato dal momento che si trova sulla sua proprietà, avrebbe bisogno di essere ristrutturato. E’ vero: la cucina sarebbe da rivedere. Ma è dotata di frigorifero. E l’acqua del pozzo è la stessa che usa lui, c’è l’autoclave. Così come ci sono i camini, il riscaldamento, le stufette elettriche. La corrente viene pagata regolarmente”, sottolinea il legale Giovanni Labate.

La difesa, al termine dell’interrogatorio di garanzia, ha chiesto la revoca o la sostituzione degli arresti domiciliari con una misura che consenta a Cherchi di continuare a occuparsi delle sue greggi, ovini e caprini, che pascolano in terreni che si trovano tra Viterbo e Vetralla: “Se non potrà continuare ad accudire gli animali, saranno i primi a soffrirne. E per farlo ha bisogno di spostarsi nelle campagne, non può stare a casa”. 

Il 72enne ha inoltre negato di costringere i pastori a turni massacranti, obbligandoli a lavorare anche 10-12 ore al giorno: “I pastori lavoravano una media di sei ore al giorno e nessuno di loro è rimasto alle sue dipendenze per periodi più lunghi di due-tre mesi”, conclude il difensore.


“Vai via e togliti dal cazzo”

“Vai via e togliti dal cazzo”, sarebbe stato licenziato sbrigativamente un africano. Un pastore 43enne d’origine marocchina, che lo scorso 25 marzo si è presentato all’ispettorato del lavoro: dal suo stipendio di 700 euro il 72enne avrebbe sottratto a gennaio 340 euro per un agnello che il datore di lavoro aveva comprato, 30 euro per una scopa che si era rotta, 80 euro per il contratto e 200 euro quale compenso perché gli aveva assunto il fratello. A febbraio e marzo, invece, non lo avrebbe pagato affatto, fino al “vai via e togliti dal cazzo”.


Alloggiati in un casale sudicio e fatiscente

Secondo l’accusa i pastori di Cherchi erano alloggiati in un casaletto sudicio, fatiscente e isolato, coi vetri rotti alle finestre e le pareti annerite dal fumo, senza acqua potabile e senza riscaldamento. L’alloggio era gratuito. Il vitto a loro spese.

Tra le presunte quattro vittime un romeno di 26 anni, in Italia senza fissa dimora, destinatario di un foglio di via obbligatorio emesso dal questore di Viterbo il 30 agosto 2018, con divieto di fare ritorno per tre anni. “Per una settimana sono stato in una roulotte, poi in un casaletto vicino alla stalla, con prese della luce e fili elettrici volanti e bombole di gas per cucinare e scaldare l’acqua del pozzo, essendo fuori uso sia lo scaldabagno che il camino”, avrebbe raccontato agli inquirenti.

Nel corso del sopralluogo con la Asl, i carabinieri avrebbero accertato l’assenza del frigorifero e che le suppellettili della cucina erano fatiscenti. In camera da letto ci sarebbero stati solo rete, materasso e comodino. Per terra gli effetti personali del lavoratore.

Il casaletto inoltre era stato dichiarato inagibile dal sindaco Giovanni Arena, che ne ha ordinato lo sgombero il 5 dicembre dell’anno scorso, dpo il sopralluogo della Asl e del nucleo carabinieri dell’ispettorato del lavoro. 


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”


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12 ottobre, 2019

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