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Tribunale - Ultimo teste dell'accusa contro il tagliaboschi acquesiano arrestato tre anni fa

Braccianti africani sfruttati: “Prelevati al centro d’accoglienza col furgone”

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Carabinieri - foto d'archivio

Carabinieri – Foto d’archivio


Acquapendente – (sil.co.) – Lotta al caporalato, è ripreso ieri il processo a Claudio Spiti, il commerciante di legnami cinquantenne di Acquapendente finito agli arresti domiciliari il 23 settembre 2019. “I richiedenti asilo venivano prelevati la mattina di buonora al centro d’accoglienza dall’imputato e portati a lavorare nelle campagne della zona”, ha spiegato un luogotenente dei carabinieri che jha preso parte alle indagini che hanno incastrato l’imputato.

Tre gli operai, tutti braccianti agricoli d’origine africana, che si cono costituiti parte civile con l’avvocato Carlo Mezzetti. Tra loro Abdelrahmane Madi Akounou, il primo a denunciare. L’imprenditore è difeso dal legale Enrico Valentini.

In aula, davanti al giudice Elisabetta Massini, l’ultimo testimone dell’accusa, uno dei carabinieri della stazione di Acquapendente, che ha ripercorso per la procura alcuni dei momenti salienti dell’indagine, scattata da una serie di appostamenti e pedinamenti davanti all’allora centro di accoglienza di Acquapendente.

I militari hanno accertato come la mattina di buonora i richiedenti asilo venissero caricati sul furgone da più di un imprenditore e portati a lavorare nei boschi e nelle campagne dell’Alta Tuscia. Per quattro soldi e nessuna tutela secondo l’accusa.

Oltre al mezzo intestato alla società di Spiti, i carabinieri individuarono anche un altro furgone, riconducibile a un imprenditore d’origine romena di Grotte di Castro che faceva la spola carico di immigrati tra il centro d’accoglienza e la piazza principale del piccolo centro del comprensorio del lago di Bolsena. 

“Eravamo però lontani, a una distanza di circa 400 metri, per cui abbiamo preso il numero di targa, nìma non abbiamo visto chi fosse alla guida”, ha spiegato in aula. 

“Alle 5 del mattino ci siamo appostati per accertare se i migranti venivano portati al lavoro. Il furgone bianco dell’imputato è arrivato verso le 6,45, quando ne ha caricati 4-5, tutti di colore. Poi è ripartito alla volta della piazzola di un distributore, dove ne ha caricati altri, dopo di che, costretti a fare inversione per seguirlo senza farci vedere, lo abbiamo perso”, ha spiegato il testimone.

I carabinieri sono quindi tornati ad appostarsi davanti al centro di accoglienza. “Dopo circa un’ora è arrivato un altro furgone, stavolta di un imprenditore romeno di Grotte di Castro. Anche lui ha caricato richiedenti asilo di colore e si è recato con loro sulla piazza principale del suo paese. A quel punto siamo tornati indietro”, ha detto ancora.

L’imputato sarò interrogato il prossimo 18 maggio, quando oltre all’esame dell’imprenditore, salvo imprevisti, il giudice conta di potere emettere anche la sentenza di primo grado. 


Abdelrahmane Madi Akounou

Abdelrahmane Madi Akounou con in braccio i figlioletto


L’accusa

Nell’estate del 2019, Abdelrahmane Madi Akounou era ospite da due anni e mezzo dell’allora centro d’accoglienza di Acquapendente quando, a luglio, raccontò a Tusciaweb di un anno di lavoro pagato a singhiozzo e delle sei ore al giorno d’estate e nove d’inverno passate a “smacchiare”, cioè a tagliare la legna e a caricarla sul trattore. 

“Ho un figlio piccolo – si sfogò il giovanissimo papà – devo comprargli i vestiti. Non posso permettermi di non lavorare, né tantomeno di lavorare gratis”.

“I miei assistiti dicono che venivano pagati 300 euro al mese e che erano costretti a lavorare nei boschi senza i più elementari mezzi di protezione, come le scarpe antinfortunistiche e le apposite lenti per proteggere gli occhi. Uno di loro ha anche una lettera dell’Inps dove si dice che il datore di lavoro non gli ha segnato le giornate”, spiegava all’epoca il difensore Carlo Mezzetti. 


La difesa

“Ho chiuso la mia attività, adesso faccio anche io il taglialegna”, fece sapere l’imputato in aula in occasione dell’udienza di ammissione delle prove, a gennaio 2020, tramite il difensore Enrico Valentini, chiedendo la revoca della misura di custodia cautelare cui era sottoposto da quattro mesi. 

“Non ce l’ha fatta a portare avanti la ditta da solo, per cui, dopo l’arresto, non gli è rimasto che arrendersi e chiudere bottega. E siccome sa fare solo il boscaiolo, lui si recava al lavoro negli stessi orari e con le stesse modalità di chi lo accusa, ora lo fa per altri. Con orari e turni di lavoro a discrezione di chi, per fortuna, lo fa lavorare, permettendogli di riuscire ancora a mantenersi”, spiegò il difensore.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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16 settembre, 2022

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