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Tribunale - Parte civile la vittima - Imputati due imprenditori di Vignanello e Gallese - Sono accusati di sfruttamento, sequestro di persona e lesioni

Il bracciante massacrato di botte testimonierà contro il datore di lavoro

di Silvana Cortignani
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Gallese – Bracciante agricolo massacrato di botte perché voleva la paga, la vittima testimonierà al processo contro due imprenditori agricoli di Vignanello e Gallese, tra cui il datore di lavoro considerato dall’accusa il mandante del  violento pestaggio. 


Carabinieri e 118 - foto di repertorio

Carabinieri e 118 – foto di repertorio


Era il 5 giugno di sei anni fa quando, durante la festa del Ramadan di Vignanello, un bracciante agricolo tunisino oggi sessantenne fu sequestrato e picchiato a sangue solo perché chiedeva di essere pagato. All’uscita del bar di via Roma dove avrebbe incontrato il principale per sollecitare la paga, fu seguito da tre connazionali, caricato su un furgone e percosso con violenza, quindi scaricato sanguinante davanti alla sua abitazione di Gallese, finendo in ospedale con tre costole rotte e 20 giorni di prognosi.

Trasferitosi nel frattempo in Toscana, il tunisino si è costituito parte civile con l’avvocato Cristiana Zanobi e testimonierà fra qualche mese. Come detto, tuttora a processo sono due italiani, tra cui il presunto mandante del pestaggio, con le pesanti accuse di lesioni aggravate, sequestro di persona e sfruttamento del lavoro in concorso.

Uno è un imprenditore agricolo di Vignanello, all’epoca dei fatti socio di un terzo imputato che ha patteggiato, mentre l’altro è un medico e imprenditore agricolo 61enne di Gallese attivo nel settore vitivinicolo. Sono difesi dagli avvocati Sergio Usai e Giuliano Migliorati.

Lo scorso 5 agosto, nel frattempo, è diventata irrevocabile la sentenza di condanna, per gli stessi fatti, a carico di due stranieri, con relativa incompatibilità di uno dei giudici del collegio, motivo per cui è stata rinviata l’udienza per sentire la parte offesa. 

Il tunisino, come è emerso nel corso delle indagini, avrebbe fatto da “autista” a un pastore romeno quarantenne senza patente, in Italia dal 2016.

Quest’ultimo, nel corso di un sopralluogo, fu trovato  al lavoro presso il rudere di un casolare con il tetto sfondato, adibito in parte a stalla per le pecore e al piano superiore ad abitazione, fatiscente, con due letti, senza acqua né servizi igienici, un allaccio elettrico fai da te, avanzi, piatti sporchi e bottiglie vuote. Fuori invece c’era una roulotte, con all’interno un altro letto, dove era stata portata la corrente elettrica dallo stesso filo fai da te che penzolava dalla finestra del rudere. 

La vittima del pestaggio, come detto, fu massacrata di botte da tre connazionali, finiti poi ai domiciliari l’8 ottobre 2019, a distanza di quattro mesi.

Rimase indagato a piede libero l’imprenditore 61enne, considerato il mandante della spedizione punitiva finalizzata a dargli una lezione. Il 29 novembre 2019, un mese dopo l’arresto dei tre presunti responsabili del pestaggio, carabinieri, Nas, ispettorato del lavoro e Asl fecero un sopralluogo nelle campagne di Gallese, dopo avere individuato una trentina di stranieri che lavoravano per gli attuali imputati, scoprendo vari illeciti. Sul posto trovarono sia il tunisino vittima del pestaggio, sia il pastore romeno. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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29 marzo, 2025

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