Il tribunale di Viterbo – Carabinieri testimoni al processo
Viterbo – (sil.co.) – Nel vivo davanti al collegio uno dei tre processi scaturiti dal pestaggio di un bracciante agricolo tunisino 59enne da parte di tre connazionali di 39, 36 e 27 anni che lo avrebbero caricato a bordo di un furgone il 5 giugno 2019 durante la festa di fine Ramadan a Vignanello e scaricato sanguinante davanti alla sua abitazione di Gallese, per punirlo in quanto avrebbe infastidito il datore di lavoro continuando a chiedergli la paga.
Il terzetto finì agli arresti domiciliari quattro mesi dopo, il successivo 8 ottobre, per sequestro di persona e lesioni aggravate. Un altro procedimento riguarda invece un carabiniere che, pur essendo sul posto, avrebbe omesso di dare l’allarme. C’è quindi il processo di ieri, a carico dei tre presunti datori di lavoro della vittima, uno dei quali uscito di scena patteggiando, sui quali hanno indagato carabinieri, ispettorato del lavoro, Nas e Asl. Uno dei due al momento dei fatti era un imprenditore agricolo socio di colui che ha patteggiato ed è difeso dall’avvocato Sergio Usai, l’altro è un medico e imprenditore agricolo sessantenne attivo nel settore vitivinicolo, difeso dall’avvocato Giuliano Migliorati.
Tra i testimoni sentiti dalla pm Eliana Dolce la comandante della stazione dei carabinieri di Gallese, che a suo tempo raccolse la denuncia della vittima e si occupò di acquisire i filmati della videosorveglianza del bar di via Roma vicino al luogo dove era avvenuta l’aggressione del bracciante, parte civile al processo con l’avvocato Cristiana Zanobi, dando il via alle indagini che hanno condotto gli investigatori alla società agricola intestataria del furgone, di cui sono risultati titolari uno degli attuali imputati e quello che ha patteggiato, mentre è un odontoiatra il terzo.
Un altro carabiniere di Gallese ha spiegato come l’allarme sia scattato dalla sala operativa della compagnia di Civita Castellana verso le 18,30: “Abbiamo rintracciato la parte offesa, un tunisino del 1965, sul pianerottolo del suo domicilio aGallese con escoriazioni varie e la maglietta strappata. Era stato lui a chiamare sia il 112 che il 118. Ci disse che era stato caricato con la forza su un furgone a Vignanello perché non volevano che stesse lì. Era dolorante e spaventato, lì per lì ha rifiutato le cure e il trasporto in ospedale. Allora ho chiamato la comandante e ha sporto denuncia, conosceva per nome tutti e tre i suoi aggressori”.
Il terzetto fu fermato e identificato pochi giorni dopo, il 17 giugno 2019, presso un bar di Vignanello: “Ci dissero che i documenti erano nello studio del datore di lavoro, così li mandammo uno alla volta a prenderli. A quel punto venne da noi il dentista, dicendoci che lavoravano in campagna da lui, che erano dei bravi ragazzi e che gli aveva messo a disposizione una Mercedes”. L’arresto è poi scattato il successivo 8 ottobre.
Strada facendo, il 29 novembre 2019, un mese dopo l’arresto dei tre presunti responsabili del pestaggio, carabinieri, Nas, ispettorato del lavoro e Asl fecero un sopralluogo nelle campagne di Gallese, dopo avere individuato una trentina di stranieri che lavoravano per gli attuali imputati. I primi sei, quattro a Gallese e due a Vignanello, il giorno della notifica della misura cautelare ai tre presunti picchiatori.
Sul posto trovarono la vittima del pestaggio che avrebbe fatto da “autista” a un pastore romeno quarantenne senza patente, che al momento dell’accesso era al lavoro presso il rudere di un casolare con il tetto sfondato, adibito in parte a stalla per le pecore e al piano superiore ad abitazione, fatiscente, con due letti, senza acqua né servizi igienici, un allaccio elettrico fai da te, avanzi, piatti sporchi e bottiglie vuote.
“Fuori inoltre c’era una roulotte, con all’interno un altro letto, dove era stata portata la corrente elettrica dallo stesso filo fai da te che penzolava dalla finestra del rudere”, hanno detto alcuni degli operanti che hanno preso parte all’intervento, spiegando che furono fatte delle prescrizioni che non avrebbero avuto riscontri.
“Più in generale, abbiamo rilevato che c’erano dei contratti di lavoro, ma non per tutti. Abbiamo scoperto vari illeciti, lavoro nero, mancati riposi settimanali. E che il romeno, in Italia dal 2016, era regolarizzato per soli sei mesi”, ha concluso l’ultimo testimone.
Braccianti agricoli – Foto di repertorio
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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