Tribunale - Il primo a denunciare fu un 25enne d'origine nigeriana - Parti civili tre braccianti agricoli
Acquapendente – (sil.co.) – Richiedenti asilo sfruttati come boscaioli da un commerciante di legname senza scrupoli, contro il dramma del caporalato testimoniano le vittime.
E’ ripreso ieri il processo all’imprenditore cinquantenne di Acquapendente finito agli arresti domiciliari il 23 settembre 2019. Tre gli operai, tutti braccianti agricoli d’origine africana, che si cono costituiti parte civile con l’avvocato Carlo Mezzetti.
Il primo a denunciare ai carabinieri e all’ispettorato l’ex datore di lavoro, a gennaio di due anni fa, fu Abdelrahmane Madi Akounou, un 25enne d’origine nigeriana all’epoca attaccante di una squadra di calcio locale.
In seguito a una seconda denuncia, a settembre il cinquantenne fu arrestato e contro di lui si sono aperti poi due distinti processi, unificati in uno solo a inizio 2020.

Abdelrahmane Madi Akounou
L’accusa
Nell’estate del 2019, Abdelrahmane Madi Akounou era ospite da due anni e mezzo dell’allora centro d’accoglienza di Acquapendente quando, a luglio, raccontò a Tusciaweb di un anno di lavoro pagato a singhiozzo e delle sei ore al giorno d’estate e nove d’inverno passate a “smacchiare”, cioè a tagliare la legna e a caricarla sul trattore.
“Ho un figlio piccolo – si sfogò il giovanissimo papà – devo comprargli i vestiti. Non posso permettermi di non lavorare, né tantomeno di lavorare gratis”.
“I miei assistiti dicono che venivano pagati 300 euro al mese e che erano costretti a lavorare nei boschi senza i più elementari mezzi di protezione, come le scarpe antinfortunistiche e le apposite lenti per proteggere gli occhi. Uno di loro ha anche una lettera dell’Inps dove si dice che il datore di lavoro non gli ha segnato le giornate”, spiegava all’epoca il difensore Carlo Mezzetti.
La difesa
“Ho chiuso la mia attività, adesso faccio anche io il taglialegna”, fece sapere l’imputato in aula in occasione dell’udienza di ammissione delle prove, a gennaio 2020, tramite il difensore Enrico Valentini (ieri sostituito dal collega Samuele De Santis), chiedendo la revoca della misura di custodia cautelare cui era sottoposto da quattro mesi.
“Non ce l’ha fatta a portare avanti la ditta da solo, per cui, dopo l’arresto, non gli è rimasto che arrendersi e chiudere bottega. E siccome sa fare solo il boscaiolo, lui si recava al lavoro negli stessi orari e con le stesse modalità di chi lo accusa, ora lo fa per altri. Con orari e turni di lavoro a discrezione di chi, per fortuna, lo fa lavorare, permettendogli di riuscire ancora a mantenersi”, spiegò il difensore.
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