Viterbo – Sismicità, falde acquifere nel sottosuolo, risorse geotermiche, biodistretti: la valutazione degli esperti è netta. No al deposito nazionale dei rifiuti radioattivi nella Tuscia, nessuno dei 21 siti individuati nella Tuscia da Sogin è idoneo.
E non si tratta di valutazione ideologica, ma squisitamente tecnica. Un lavoro di studio durato mesi, prodotto da esperti incaricati dalla provincia che hanno analizzato “metro per metro” ogni luogo, mettendo a disposizione del territorio una documentazione corposa, da far valere per la procedura di Valutazione Ambientale Strategica.
Criticità molte, dubbi ancora di più. Snocciolati uno per uno, stamani in consiglio provinciale da alcuni degli esperti che hanno dato forma allo studio.
Il deposito, nel malaugurato caso di sversamenti deve avere due barriere, quella ingegneristica e quella naturale. Se la seconda manca, il sito individuato non è idoneo. Il terreno, come rimarcato da Massimo Gobbi, ingegnere nucleare, deve essere a bassissima permeabilità. Altrimenti, se il materiale finisce sottoterra e ci sono falde acquifere, quello che può capitare è facilmente immaginabile.
Il deposito deve trovarsi in un’area con caratteristiche precise di contenimento e isolamento. E già qui, analizzati uno a uno, mancherebbero i requisiti in tutti e 21 i punti individuati.
Le caratteristiche idrogeologiche avrebbero di fatto escluso la provincia di Viterbo. Invece, su 51 in Italia, 21 possibili ricadono nella Tuscia. Come se in un’area critica si fossero cercate zone meno critiche.
C’è poi la parte geologica, evidenziata da Antonio Mancini. Risorse idriche, minerarie, falde affioranti, problemi di natura sismica, presenza di faglie attive fanno sorgere più di un dubbio, stando alla relazione, sul perché il Viterbese figuri tra le aree possibili.
In 14 si registra la presenza di risorse nel sottosuolo, la più importante è quella idrica e nella quasi totalità afferisce allo stesso bacino acquifero vulcanico. Un serbatoio strategico. In molti casi, le zone individuate si trovano a monte di sorgenti ad esempio.
Viterbo – Consiglio provinciale – Alessandro Romoli
In 19 su 21 casi si regista la presenza di faglie in profondità, che possono portare a movimenti fino in superficie. Sono attive. Criterio d’esclusione.
Ma anche aree suscettibili a sprofondamenti, sismicità elevata, in base a una nuova mappatura, non disponibile quando Sogin ha effettuato i rilievi. Ancora criteri che ne decretano l’esclusione.
Per non parlare, come spiegato dall’agronomo Capitoni, della vocazione agricola nella Tuscia, con Pil del settore primario 5 volte più alto rispetto al resto del paese.
Esistono 5 biodistretti che valorizzano le produzioni agricole, 532 aziende agrituristiche. E se nel comune e non una singola zona, sono presenti siti di bonifiche, automaticamente il comune per intero è escluso dal biodistretto. Un danno enorme.
Non è stata presa in considerazione la Iba (Important Bird and Biodiversity Areas) che avrebbe escluso 16 dei 21 siti.
Tante ragioni che portano a una sola conclusione. Nessun luogo è idoneo nella Tuscia per ospitare il deposito di scorie nucleari.
“Lo studio – afferma il presidente della provincia Romoli – è un passo avanti nella discussione. Lo ripresenteremo ai comitati. Le osservazioni danno struttura a quello che andiamo sostenendo come provincia da anni”.
Giuseppe Ferlicca
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