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Tribunale - Caporalato - Famiglia ospitata in una casa fatiscente, senza acqua e riscaldamento - Prima della sentenza, l'imputato si è detto dispiaciuto

Sfruttò coppia di braccianti irregolari con due bimbi piccoli, condannato a un anno e 4 mesi

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Fabrica di Roma – (sil.co.) – Caporalato, imprenditore agricolo di Fabrica di Roma condannato a un anno e quattro mesi di reclusione per sfruttamento della manodopera con l’aggravante di avere approfittato dello stato di bisogno di una coppia di braccianti stranieri irregolari con due figli minori, costretti a vivere in una “baracca”, senza nemmeno i soldi per mangiare.


Tribunale di Viterbo

Tribunale di Viterbo


Presunte vittime marito e moglie, genitori di due bimbi piccoli, in Italia senza permesso di soggiorno, alloggiati per tre mesi in un casolare fatiscente, senza riscaldamento e con la sola acqua del pozzo. L’uomo, in tribunale, ha testimoniato in lacrime: “Vivevamo coi pacchi della Caritas” 

Il processo si è chiuso mercoledì davanti al giudice Jacopo Rocchi. La coppia si è costituita parte civile con l’avvocato Emanuela Barboni.

Il rapporto di lavoro è cominciato a maggio 2018. La denuncia risale invece al 4 febbraio 2019, quando l’imputato, cui sono state contestate le aggravanti della violenza e delle minacce, avrebbe afferrato la mano destra del bracciante durante una discussione, torcendogliela a procurandogli contusioni alla regione dorsale e al quarto dito, medicate in ospedale con una prognosi di dieci giorni. 

“Mi dispiace per quello che è successo e per le conseguenze”, ha detto mercoledì in aula l’imputato, difeso dall’avvocato Salvatore Daidone, rilasciando spontanee dichiarazioni prima della discussione. “I rapporti tra noi erano ottimi, fino a che, volendolo assumere, non ho scoperto che era senza permesso di soggiorno, in attesa del quale gli ho concesso la casa in uso mentre lui lavorava”, ha spiegato.

Secondo l’accusa, l’operaio agricolo, tra il 20 maggio 2018 e il 4 febbraio 2019. ovvero nell’arco di nove mesi, avrebbe ricevuto in tutto soltanto 850 euro, 500 euro per il mese di novembre e 350 euro caricati su una carta PostePay per il mese di dicembre, mentre per l’opera prestata la moglie non avrebbe ricevuto alcuna retribuzione.

“L’imputato ha violato reiteratamente la normativa sull’orario di lavoro – ha sottolineato la legale di parte civile durante la discussione – imponendo al marito di lavorare anche per 13 ore al giorno senza pause, riposi settimanali e ferie ed allo stesso modo per la moglie che, dal primo ottobre al 30 novembre 2018,  effettuava 12 ore lavorative al giorno anch’essa senza pause, riposi settimanali e ferie”. Tra le accuse, anche la violazione delle normative in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Al centro della discussione anche quella “casa fatiscente” contro cui ha puntato più volte il dito l’avvocato Emanuela Barboni. “La coppia è stata costretta a situazioni di alloggiamento degradanti, in un’abitazione fatiscente e alimentata con acqua di pozzo per i primi tre mesi, con gli infissi rotti, priva di riscaldamento e con poco mobilio”, ha ricordato al giudice.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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6 febbraio, 2026

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