Giallo di Gradoli - Scoperti dal commissariato di Tarquinia, sono finiti nei guai per avere aiutato la 33enne a restare illegalmente in Italia - La donna è stata appena rimpatriata in Moldavia
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 Ala Ceoban |
 Tarquinia – Il commissariato di polizia |
 Fabio Zampaglione |
Tarquinia – Ala Ceoban, quattro denunce per favoreggiamento. Si tratta di quattro persone che avrebbero favorito la permanenza illegale in Italia della 33enne moldava coinvolta nel giallo di Gradoli e rimpatriata l’altro ieri dopo avere trascorso quasi tre mesi al centro di Ponte Galeria, dove si trovava dallo scorso 28 marzo quando è stata prelevata nella sua abitazione di Tarquinia dagli agenti dell’ufficio investigativo del locale commissariato che la stavano cercando.
Sempre gli uomini diretti dal vicequestore Fabio Zampaglione, dopo un’accurata attività di indagine, sono ora risaliti ai quattro soggetti che avrebbero favorito la permanenza illegale in Italia della straniera, già espulsa dal territorio nazionale dal prefetto su proposta dal questore di Viterbo.
Ala Ceoban, ricercata perché irregolare sul territorio nazionale, sarebbe riuscita a rimanere in Italia, pur non avendone titolo, solo grazie ad una fitta rete di connivenze.
Per le quattro persone si ipotizzano, a vario titolo, i reati di falso, di aver favorito la permanenza illegale della moldava sul territorio nazionale e di aver assunto una dipendente straniera non in regola con il permesso di soggiorno.
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Chi è Ala Ceoban
Ala Ceoban vive in Italia da quindici anni: sei trascorsi in libertà tra la Tuscia e la Toscana, sei in prigione a Civitavecchia e gli ultimi tre a Tarquinia.
Dal 2003 al 2007 è stata a Gradoli; dal 2007 al 2009, dopo che la sorella Tatiana ha scoperto la relazione clandestina del compagno con la sorella, gli “amanti diabolici”, è andata a lavorare come badante a Santa Fiora, sul Monte Amiata; dal 2009 al 2015 ha scontato la sua pena nel carcere femminile di Civitavecchia; dal 2015 fino al 28 marzo 2018 ha vissuto e lavorato a Tarquinia.
Ala Ceoban è giunta in Italia, appena 18enne, nel 2003, ospite nella villetta di Cannicelle, a Gradoli, della sorella 30enne Tatiana e del compagno Paolo Esposito, all’epoca 36enne. La giovanissima Ala avrebbe allacciato subito una relazione col cognato, nonostante avesse il doppio dei suoi anni.
Il giorno del duplice delitto – il 30 maggio 2009 quando, nel primo pomeriggio, sarebbe stata uccisa per prima, probabilmente soffocata, la nipote Elena tredicenne e dopo le ore 18 la sorella Tatiana – Ala aveva 24 anni, mentre Paolo Esposito ne aveva 42.
Negato ad Ala il rinnovo del permesso di soggiorno per via dei suoi trascorsi, la condanna a otto per favoreggiamento e l’occultamento dei cadaveri della nipote e della sorella, la 33enne, una volta finito di scontare la sua pena, ha iniziato la battaglia per restare in Italia. Uscita dal carcere, è rimasta sul litorale laziale, a Tarquinia, dove chi la conosceva ha avuto modo diverse volte di incrociarla e dove ha sempre lavorato per mantenersi.
Con il duplice delitto di cui nove anni fa sono rimaste vittime la nipote e la sorella e la morte della madre Elena Nechifor, a Bologna il 2 gennaio 2017, ad Ala Ceoban restano in Italia altre due consanguinee: la zia Olga, sorella della madre, nel 2009 residente a Bagnoregio con la famiglia; e la nipote più piccola, oggi quindicenne.
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