Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – E’ di questi giorni l’ennesima impennata di assurdi commenti postati in seguito all’annegamento di un giovane ivoriano di venti anni.
Sull’argomento è stato già detto molto da parte di esponenti politici e religiosi, giornalisti e sociologi e anche da parte di gente comune dotata di buon senso, aggiungere altro potrebbe apparire ridondante.
Lo sdegno espresso dalla maggior parte dei componenti della nostra comunità potrebbe avere però un effetto analgesico: il fatto che ci sia stata una condanna pressoché unanime non risolve il dilagare di un razzismo strisciante.
Queste aberranti esternazioni razziste infatti stanno mascherando una inconcepibile forma di “difesa” nei confronti di ogni diversità: culturale, religiosa, etnica e sessuale.
A seconda del problema del giorno c’è chi approfitta per inserire in una sorta di grande contenitore tutti i disagi del momento: il problema della sicurezza in ossequio al pregiudizio che tutti gli stranieri sono delinquenti, il problema del lavoro in ossequio alla banalità del prima gli italiani, il problema del terrorismo in ossequio alle stupide generalizzazioni sulla religione musulmana, e altro ancora.
Ma oltre all’ignoranza che anima questa grande confusione, dovremmo anche studiare le origini di queste esternazioni per cercare una strategia concreta che non si traduca solamente in provvedimenti repressivi, ma che accresca la cultura della convivenza e della condivisione delle risorse e del territorio.
Nei primi mesi di vita il bambino piange per attirare l’attenzione sulle sue esigenze; quando cresce batte i piedi e fa i capricci per gli stessi motivi; da adolescente cambiano gli strumenti ma non le motivazioni e quindi non urla più con il pianto dell’infante ma con l’acceleratore assordante del suo motorino; quando il bisogno di attenzione viene ignorato cresce la rabbia e oggi la si esprime anche sui social con l’aggravante che ci si avvale anche di una sorta di anonimato che consente di sputare veleno contro tutti e soprattutto nei confronti dei più deboli, che non hanno neanche la possibilità di replicare e spesso nei confronti di persone già private di qualsiasi diritto.
E’ sicuramente opportuno quindi condannare ogni aggressione fisica o verbale che sia, ma oltre alla condanna dei primi giorni inevitabilmente condizionati da una componente emotiva, occorre interrompere la catena del conflitto permanente creando spazi di conciliazione e di approfondimento per comprendere che non è il diverso che mina la nostra sicurezza e il nostro benessere, ma i problemi reali della nostra società a cominciare dal nostro egoismo e dai nostri falsi bisogni, dal mito del denaro come unità di misura del proprio valore, dalle dinamiche che privilegiano l’apparire sull’essere; non possiamo continuare ad alimentare una società che divide le persone in vincenti e perdenti, forti o deboli e furbi o sfigati: il rischio è proprio quello di alimentare reazioni contro chi è ancora più debole.
Altro argomento a nostro avviso da esaminare con attenzione è l’uso smodato dei social che consentono di attaccare chiunque con un nick name di fantasia con la possibilità di rimanere anonimi, favorendo in tal modo la vigliaccheria di chi si sente forte solo perché spara a zero senza il coraggio di esporsi o esporre il proprio punto di vista in forma civile e non violenta.
In conclusione, mi sento di ringraziare tutti coloro che sono intervenuti in questa drammatica vicenda esprimendo la loro ferma condanna, ma non fermiamoci qui: tra qualche giorno questo ragazzo sarà dimenticato e la sua tragica morte rimarrà del tutto inutile; anziché ghettizzare questi ragazzi in qualche centro di accoglienza, lasciamoli entrare nelle nostre scuole per raccontare la loro fuga, il loro dramma e le loro speranze, un po’ come faceva mio nonno quando da piccolo mi raccontava il suo viaggio in America con una valigia di cartone alla ricerca di un lavoro e un po di pane.
E a tutti coloro che ancora oggi pensano che i nostri emigranti di allora esportassero solo lavoratori onesti andrebbe ricordato che noi italiani abbiamo esportato anche il fenomeno più pericoloso e violento della storia criminale (Cosa nostra) e non per questo ci piacerebbe essere apostrofati nel mondo come tutti mafiosi.
Claudio Mariani
Direttore area Criminologia e sociologia della devianza
Csc – Centro per gli studi criminologici, giuridici e sociologici
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