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Lavoratori sfruttati - Sono i braccianti agricoli impiegati nella pastorizia da un allevatore già indagato in un'altra inchiesta - Per licenziare un africano gli ha detto: "Vai via e togliti dal cazzo"

Pagati un euro e cinquanta all’ora, vivevano in un casale sudicio e fatiscente

di Silvana Cortignani
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Tribunale - Il pm Stefano D'Arma

Tribunale – Il pm Stefano D’Arma

Il pm Massimiliano Siddi

Il pm Massimiliano Siddi

La conferenza stampa - Il pm Franco Pacifici

La conferenza stampa – Il pm Franco Pacifici

Viterbo – Anche un euro e cinquanta all’ora. Lavoratori sfruttati e sottopagati. Quando venivano pagati. Romeni e africani. Spesso al nero. Uno dei cinque arrestati è già davanti al gup per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nell’ambito di un’inchiesta del 2016 con 37 indagati.

Ad Acquapendente è toccato a tre boscaioli extracomunitari, bilancio un arresto (pm Massimiliano Siddi). A Gallese a un bracciante agricolo impegnato nei vigneti. “Non ti devi permettere di lamentarti”, hanno detto all’operaio tre connazionali (arrestati per lesioni aggravate e sequestro di persona, pm Franco Pacifici). E’ un romeno, caricato su un furgoncino mentre usciva da un bar del paese dove si era lasciato andare a commenti. E’ stato picchiato fino alla rompergli tre costole per avere osato dire che non riceveva la paga da mesi dal datore di lavoro italiano, cui sono riconducibili due aziende agricole, la cui posizione è al vaglio dell’ispettorato del lavoro. 

A Viterbo le vittime sarebbero quattro braccianti agricoli impiegati nella pastorizia, che hanno condotto ai domiciliari per sfruttamento un allevatore di ovini e caprini 72enne d’origine sarda, Pietro Biagio Cherchi. Il quinto arrestato. Pm Stefano D’Arma.

E’ lo stesso Cherchi indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nell’ambito di un’altra inchiesta, condotta tra Viterbo e Siena nel 2016, per cui dovrà comparire il prossimo 14 novembre davanti al gup Francesco Rigato che dovrà decidere il rinvio a giudizio per lui e un altro indagato del filone viterbese.


– Business dei braccianti agricoli, si dividono le strade dei 37 indagati). 


Alloggiati in un casale sudicio e fatiscente

I braccianti di Cherchi erano alloggiati in un casaletto ex Arsial sudicio, fatiscente e isolato nelle campagne tra il capoluogo e Vetralla, coi vetri rotti alle finestre e le pareti annerite dal fumo, senza acqua potabile e senza riscaldamento. L’alloggio era gratuito. Il vitto a loro spese.

Tra loro un romeno di 26 anni, in Italia senza fissa dimora, destinatario di un foglio di via obbligatorio emesso dal questore di Viterbo il 30 agosto 2018, con divieto di fare ritorno per tre anni. Gli investigatori lo hanno trovato in un capannone adibito a stalla in località Borgherolo, dove lavorava al nero da un mese, dalle 4 del mattino alle sei del pomeriggio, per una media di 8-9 ore al giorno. In cambio aveva ricevuto soltanto 500 euro per fare la spesa. 

“Per una settimana sono stato in una roulotte, poi in un casaletto vicino alla stalla, con prese della luce e fili elettrici volanti e bombole di gas per cucinare e scaldare l’acqua del pozzo, essendo fuori uso sia lo scaldabagno che il camino”, avrebbe spiegato agli inquirenti che lo hanno sentito a sommarie informazioni.

Nel corso del sopralluogo con la Asl, i carabinieri hanno accertato che mancava il frigorifero e che anche le suppellettili della cucina erano fatiscenti. In camera da letto c’erano solo rete, materasso e comodino. Per terra gli effetti personali del lavoratore.

Il casaletto è stato dichiarato inagibile dal sindaco Giovanni Arena, che ne ha ordinato lo sgombero il 5 dicembre dell’anno scorso. 


“Vai via e togliti dal cazzo”

Secondo il pubblico ministero Stefano D’Arma, che ne ha ottenuto l’arresto da parte del gip Savina Poli, tra il 10 ottobre 2018 e il 30 giugno 2019, l’allevatore avrebbe sfruttato i lavoratori, approfittando del loro stato di bisogno, sottopagandoli e sottoponendoli a orari di lavoro esorbitanti, senza ferie né riposi settimanali. 

“Vai via e togliti dal cazzo”, sarebbe stato licenziato sbrigativamente un africano. Un pastore 43enne d’origine marocchina, che lo scorso 25 marzo si è presentato all’ispettorato del lavoro: dal suo stipendio di 700 euro il 72enne avrebbe sottratto a gennaio 340 euro per un agnello che il datore di lavoro aveva comprato, 30 euro per una scopa che si era rotta, 80 euro per il contratto e 200 euro quale compenso perché gli aveva assunto il fratello. A febbraio e marzo, invece, non lo avrebbe pagato affatto, fino al “vai via e togliti dal cazzo”.

Anche lui avrebbe vissuto nel casaletto fatiscente, con due braccianti del Gambia. Sarebbero stati dei richiedenti asilo, così come un senegalese, titolare di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, assunto a tempo determinato per 10 mesi la scorsa primavera. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”


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10 ottobre, 2019

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